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Abi: erogazioni alle imprese in crescita del 12,1%

Gli indizi positivi di ripresa del credito sono in aumento. L’ultimo outlook dell’Abi, che verrà discusso nella riunione odierna dell’esecutivo dei banchieri ,spiega che le nuove erogazioni alle imprese nel quarto trimestre del 2014 hanno segnato un incremento su base annua del 12,1%. Non solo: sempre in termini di nuove erogazioni, i mutui per l’acquisto di immobili nell’intero 2014 hanno fatto registrare un incremento annuo del 32,5%; analogamente, nell’intero 2014 il flusso di nuove operazioni di credito al consumo è stato pari al 9,2 per cento. Questo non significa, però, che si sia finalmente fuori dalla tendenza negativa: anche se in attenuazione, nel mese di gennaio 2015 il totale dei finanziamenti a famiglie e imprese ha comunque mostrato una decrescita la variazione tendenziale annua è infatti pari a -1,8%, lo stesso valore del mese precedente e certamente migliore rispetto al -4,5% di novembre 2013, quando era stato raggiunto il picco negativo. Quello di gennaio 2015 per l’insieme dei prestiti a famiglie e imprese, fa sapere l’Abi, è in ogni caso il migliore risultato da agosto 2012. Se invece si considera la sola dinamica dei prestiti alle imprese, l’ultimo dato disponibile, relativo a dicembre 2014, è pari a meno 2,3 per cento.
Il mondo del credito è cambiato in fretta e oggi «per le banche della dimensione e della complessità delle 10 maggiori popolari»,che devono poter accedere «tempestivamente al mercato dei capitali» la forma cooperativa «è un handicap che va rimosso al più presto».
E’ quanto ha spiegato ieri, nella sua audizione alla Camera sul dl- banche, il direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi. Il numero due di via Nazionale ha ricordato che nella nuova cornice normativa europea sulle crisi bancarie le esigenze di capitale, se non soddisfatte in tempi brevi, possono arrivare a far scattare i presupposti per la “risoluzione” della banca. In quel caso, azionisti e obbligazionisti verrebbero chiamati a partecipare alle perdite, senza di che non verrebbe consentito nemmeno il sostegno dello Stato, che comunque oggi è considerato solo come estrema ratio. «La riforma delle banche popolari che il governo ha introdotto va nella direzione di rafforzarne la capacità di ben operare, in un mercato bancario in forte cambiamento» ha osservato Rossi, perchè «poter adeguare, al bisogno, il capitale in modo cospicuo e rapido è oggi per una banca prerequisito fondamentale per la sua stessa sopravvivenza». In questo contesto, la forma cooperativa «è uno svantaggio competitivo» perché se l’aumento per «rapidità e urgenza è realizzabile solo sul mercato capitali» il voto capitario e i limiti al possesso azionario sono poco attraenti per gli investitori istituzionali». Dunque, ha aggiunto «l’approvazione della riforma è auspicabile non perchè lo impongano i regolatori o i mercati internazionali; perchè lo suggerisce il buon senso». Tra l’altro, secondo Rossi, le popolari di maggiori dimensioni, interessate dalla riforma «non appaiono confrontabili con le banche di credito cooperativo che oggi si osservano in Europa, e sono molto distanti dall’originario spirito cooperativo». Quanto alle ipotesi di emendamento alla riforma delle popolari, Bankitalia giudica ammissibili quelle che fissano dei limiti ai diritti di voto o le maggiorazioni per i vecchi soci stabili ma solo a patto che «siano accorgimenti temporanei, derogabili di fronte alla necessità di un tempestivo ricorso al mercato e solo per facilitare la transizione» al nuovo regime. Rossi ha invece giudicato contrari allo spirito della riforma i “limiti al possesso azionario” o l’ipotesi di limitarsi a dare posti in cda agli investitori istituzionali.L’economia italiana, ha concluso il dg di Palazzo Koch «ha bisogno e ne avrà ancor più, nella ripresa che sta iniziando, di banche efficienti, patrimonialmente solide, a loro agio nel mercato internazionale. Banche che siano in grado di accompagnare, anzi di sollecitare, la crescita dimensionale delle piccole e medie imprese dinamiche e innovative, crescita da cui dipende molta parte del nostro futuro».

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