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Abbinamenti, Google «salva»

Google non è responsabile dei risultati e degli abbinamenti determinati dal software “Autocomplete”, la funzionalità che associa e suggerisce i concetti per agevolare le ricerche dei navigatori.
Lo ha ribadito, con l’ordinanza depositata il 2 maggio scorso, il giudice del tribunale di Pinerolo, Gianni Reynaud, respingendo il ricorso di un immobiliarista del posto che si riteneva diffamato dai suggerimenti «indagato» e «arrestato» che compaiono, ancora oggi, associati al suo nome nella striscia di ricerca del motore di Google. Secondo il giudice piemontese, il fornitore di servizi internet – quale è giuridicamente Google – non concorre nel reato di diffamazione (di cui peraltro mancherebbero anche i presupposti), non ha pertanto l’obbligo di intervenire per rimuovere l’associazione semantica e neppure è tenuto a pagare 1.000 euro per ogni giorno di mantenimento in rete della ricerca “lesiva”.
La questione sollevata dall’immobiliarista, al centro delle cronache per un appalto milionario con la regione Sicilia, non è nuova riguardando l’inquadramento del servizio “suggest search” offerto sulla rete. A giudizio del ricorrente, che aveva inutilmente diffidato Google per l’immediata rimozione della striscia ritenuta diffamatoria, il solo fatto di suggerire un’informazione non vera («indagato» e «arrestato») comporterebbe il concorso del motore di ricerca nel reato di diffamazione, con tutte le conseguenze relative. Ma è proprio sull’analisi del servizio contestato, e poi sulla sua qualificazione giuridica, che il Tribunale piemontese ha “prosciolto” la società americana, respingendo il ricorso d’urgenza dell’imprenditore di Pinerolo. Il servizio “Autocomplete” è fornito infatti al pubblico in modo del tutto automatico, in base a un algoritmo che calcola con modalità neutre ed oggettive il numero di richieste formulate dagli utenti. «Richieste», appunto, come tali da trattare, scrive il giudice, alla stregua di «domande» e non di asserzioni, tantomeno di notizie. Tantopiù che Google, aggiunge il magistrato accogliendo la linea difensiva della società di Mountain View, è giuridicamente un Internet service provider (Isp) soggetto alla disciplina del Dlgs 79/2003 – recepimento della direttiva sul commercio elettronico – che ne esclude la responsabilità, semprechè l’Isp non intervenga a modificare l’informazione trasmessa o ospitata. E siccome Google, restando neutra nella fornitura del servizio, non ha un obbligo di sorveglianza, non è neppure penalmente imputabile per responsabilità omissiva.
Il tribunale di Pinerolo, però, va anche oltre, sottolineando che nel caso specifico non è neppure configurabile il reato di diffamazione: «Le parole in questione (arrestato e indagato, ndr) non sono per loro natura epiteti offensivi, sicchè la loro associazione al nome di una persona non vale, per ciò solo, a lederne la reputazione». E comunque «la mera associazione dei termini in una stringa di ricerca non è un’affermazione, dovendo piuttosto essere equiparata ad una domanda».

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