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Abbattuti i campanili. La rivoluzione moderna di ubi

L’estate che si è appena conclusa assomiglia, per quanto è accaduto, a qualcosa di indimenticabile sul tratto dell’autostrada A4 che unisce, in rigoroso ordine alfabetico, Bergamo con Brescia. Non solo per l’esordio in Champions league dell’Atalanta e neppure per il ritorno in serie A del Brescia, con l’allegato arrivo di Mario Balotelli. A scaldare gli animi e a regalare l’idea di una straordinaria nuova avventura, capace di proiettare le due province lombarde verso una dimensione pienamente nazionale, non è stata neppure la candidatura alla guida di Confindustria nazionale del bresciano Giuseppe Pasini del gruppo Feralpi e neanche i numeri eccezionali registrati dall’aeroporto bergamasco di Orio al Serio, terzo scalo italiano per traffico di passeggeri, che ha saputo approfittare anche della temporanea chiusura del vicino scalo di Linate.

No, quello che soprattutto è capitato nel corso di questa ultima estate, è una proiezione verso il futuro che per molti versi sembrava impossibile. La banca che unisce Bergamo con Brescia, il gruppo Ubi, presieduta da Letizia Moratti e guidata da Victor Massiah, ha infatti in poche settimane cambiato profondamente lo schema di governance che regge il proprio azionariato di riferimento, realizzando un’operazione la cui portata va ben oltre l’accesso alla Champions league e una tripletta di Balotelli.

Logiche

Quella che era una banca straordinariamente legata alle logiche campanilistiche che governano i propri territori di elezione, ha saputo darsi una visione strategica laica, che promette un’attenzione ai mercati e ai risultati più aderente a un’economia globalizzata e a regole che valgono ovunque nel vasto territorio dell’Europa governato dalla Bce.

Proviamo a riassumere quanto è successo. Ubi, nata il primo aprile 2007 dall’unione di più banche italiane, ha sempre evidenziato diverse (e a tratti contrastanti) anime. Le dimensioni maggiori erano riconducibili da una parte alla finanza cattolica dell’Istituto San Paolo di Brescia e al Credito agrario bresciano e, dall’altra, alla Popolare di Bergamo. A Brescia, un patto chiamato Sindacato azionisti, raggruppa parte dei capitali impegnati da alcune grandi famiglie: Bazoli, Camadini, Folonari, Gnutti, Lucchini, Minelli, Moccagatta-Soncini, Rampinelli; a Bergamo il Patto dei Mille dava corpo allo spirito popolare della città. Ed è qui che sono cambiate le cose.

Il 28 maggio scorso il Patto dei Mille, con passo garibaldino, ha nominato il notaio Armando Santus presidente e l’industriale Angelo Radici suo vice, mentre contemporaneamente sono entrati nel consigli direttivo Gianfranco Andreoletti, Domenico Bosatelli, Giuseppe Pilonga Roberto Sestini, Matteo Tiraboschi e Matteo Zanetti. I Mille mettono assieme 95 azionisti che controllano il 6,94 per cento del capitale. Ma poche settimane dopo, il 9 luglio, si registra un primo movimento tellurico: scende il numero degli azionisti (94), aumenta la quota di capitale controllata (7,706%). Soprattutto i grandi gruppi industriali bergamaschi prendono posizione: gli Andreoletti di Cospa, il Radici group e i Bombassei di Brembo controllano singolarmente oltre l’1 per cento del capitale, la Polifin dei Bosatelli arriva al 2,622 per cento. È un’estate calda. A tratti caldissima, perché tra l’inizio di luglio e la metà di settembre a Bergamo qualcosa si rompe e qualcosa di nuovo nasce, il Comitato azionisti di riferimento (Car). Sotto questa nuova sigla trovano spazio solo 23 azionisti, capaci però di mettere assieme il 16,659 per cento del capitale della banca, che diventerà il 17,7 a gennaio. Molti sono usciti dal Patto dei Mille – rimasto con 75 soci, l’1,603 per cento del capitale e presieduto da Matteo Zanetti – a cui viene riconosciuto il ruolo svolto, anche se oggi i tempi, viene detto, richiedono una «aggregazione più vasta». Così vasta è la comunanza di idee che nel Car trova posto, per la prima volta, il 5,908 per cento di azioni in portafoglio alla Fondazione Cassa di risparmio di Cuneo, fin qui lontana da ogni patto di sindacato, a cui si unirà anche la Fondazione Banca del Monte di Lombardia (Fbml controlla il 3,951 per cento) quando, il primo gennaio 2020, diverrà efficace il suo recesso dal Sindacato azionisti basato a Brescia.

Uscite

L’uscita dal Sindacato azionisti bresciano è stata annunciata anche dalla famiglia Gussalli Beretta, che a sua volta dovrebbe rinforzare il Car – al cui vertice siedono Armando Santus, Mario Cera (Fml) e Giandomenico Genta (CariCuneo) – fino a portarlo al 17,7 per cento del capitale di Ubi. Mentre il Sindacato azionisti bresciano, con le annunciate uscite, scenderà sotto il 9 per cento. Non è un riequilibrio, bensì un cambiamento per certi aspetti epocale: è il superamento dell’era dei campanili, una nuova prospettiva di sviluppo. Per ridurla a una sintesi cara ad Enrico Cuccia, è la vittoria dell’articolo quinto (va letto quello dello statuto del Car). Se poi da un lato c’era chi temeva che l’uscita dell’ex vice presidente Andrea Moltrasio, avvenuta a inizio anno, potesse portare Bergamo in una posizione subalterna rispetto alla consolidata forza bresciana, questi ha dovuto ricredersi. Gli industriali bergamaschi sono infatti usciti allo scoperto, proponendo una visione nuova, basata sui capitali (l’entry level è stato fissato all’1 per cento, oggi circa 29 milioni di euro, tanto da escludere al momento la famiglia bergamasca Zanetti) e non sulle appartenenze geografiche. L’abbattimento dei campanili ha fatto sì che oggi Bergamo e Brescia appaiano più vicine e abbiano trovato nell’ostica lingua dei capitali un modo per dialogare e costruire, coinvolgendo anche quanti erano rimasti sempre alla finestra, per puntare domani a nuovi obiettivi, siano essi Banco Bpm o il «solito» Monte dei Paschi. E tutto questo assomiglia a una rivoluzione.

Stefano Righi

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