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A2A spinge sul recupero dei rifiuti «Risorsa per il paese»

La gestione dei rifiuti non è un problema insormontabile: si può risolvere e le aziende del settore sono pronte. I roghi a cielo aperto che incendiano l’estate italiana, da Palermo a Trieste, ce lo insegnano: per liberare il Paese dai veleni non basta fare la raccolta differenziata. Servono impianti per la gestione dei rifiuti, che non possono più essere destinati alla discarica.

«In Italia finisce ancora in discarica oltre il 20% dei rifiuti, una quantità 30 volte superiore ai benchmark europei», spiega Renato Mazzoncini, amministratore delegato della multiutility A2a (6,8 miliardi di ricavi, 1,2 miliardi di margine operativo lordo e 1,8 miliardi di ricchezza distribuita sul territorio). Siamo ancora lontani dall’obiettivo di smaltire in discarica al massimo il 10% dei rifiuti urbani. Per centrarlo, in base allo studio Da Nimby a Pimby, di A2a con The European House – Ambrosetti (vedi articolo a destra), servono decine di nuovi impianti e un investimento di oltre 4,5 miliardi di euro. I soldi, in realtà, non mancano. Il ministro Roberto Cingolani ha appena annunciato che per questo tipo di impianti sono stati stanziati 2,2 miliardi di euro nel Pnrr. E poi ci sono gli investimenti privati delle aziende.

«Nel piano industriale di A2a sono previsti 2,3 miliardi per gli impianti di trattamento dei rifiuti, nell’ambito dei 6 miliardi d’investimenti destinati all’economia circolare», precisa Mazzoncini. Non mancano nemmeno le competenze. «In molte aree del mondo non esistono aziende in grado di realizzare questo tipo di impianti, che sono macchine complesse, sia da costruire che da gestire. In Italia, invece, abbiamo sviluppato importanti competenze, soprattutto in alcune regioni. E c’è la disponibilità di metterle a disposizione di quelle che devono recuperare terreno», fa notare Mazzoncini.

E aggiunge: «Il piano industriale di A2a prevede anche di investire in altri Paesi d’Europa, soprattutto se in Italia la realizzazione di nuovi impianti resterà bloccata, ma non possiamo nascondere che la priorità resta quella di contribuire allo sviluppo del nostro Paese».Consapevolezza

Quella che è mancata, fino ad oggi, è la consapevolezza della necessità di realizzare questi impianti da parte della classe politica e della popolazione, pur essendo evidente che le quasi 400 discariche attive in Italia, con oltre 17 milioni di tonnellate di rifiuti smaltiti all’anno, sono una bomba a orologeria. Non a caso sulla questione l’Italia è continuamente sul banco degli accusati in Europa: nell’ultima sentenza la Corte di Giustizia ci ha condannati per la mancata bonifica di 44 discariche, ma sono almeno 84 quelle ancora non conformi alle direttive dell’Ue. Anche grazie a queste «spinte» da Bruxelles, e al dibattito sempre più ampio sull’economia circolare, negli ultimi anni l’opinione pubblica sembra sempre più consapevole. «Il dibattito avviato dal Next Generation Eu e dal Pnrr su quello che dobbiamo fare in questo decennio mi sembra che abbia consolidato la consapevolezza che la ripresa del nostro continente passerà da una necessaria transizione ecologica. L’economai circolare è centrale nella transizione ecologica e include anche la trasformazione dei rifiuti in risorse», ragiona Mazzoncini.

Il tema dell’economia circolare è molto più al centro dell’attenzione e gli impianti di gestione dei rifiuti sono fra i più urgenti per lo sviluppo sostenibile del Paese, come si deduce anche dal Pnrr. «Il consumo di risorse naturali è estremo e ogni anno arriva sempre più in anticipo il giorno dell’anno in cui il Pianate esaurisce quello che può metterci a disposizione: in Italia quest’anno è stato il 13 maggio. In pratica avremmo bisogno di tre pianeti per mantenere questo ritmo di consumi», sottolinea Mazzoncini.

Invece gli impianti per il riuso e la trasformazione dei rifiuti, secondo il manager, devono diventare le nostre miniere, soprattutto in un territorio povero di materie prime come quello italiano. Se da un lato l’opinione pubblica è più consapevole della necessità di queste infrastrutture, dall’altro lato anche le aziende sembrano aver capito, secondo Mazzoncini, che gli impianti devono essere ben fatti, anche dal punto di vista architettonico. «Bisogna che i nuovi impianti s’inseriscano bene nel paesaggio, non siano solo utili ma anche belli», fa notare Mazzoncini.

Malgrado questa nuova consapevolezza, però, i cantieri non si aprono. «Bisogna velocizzare le norme di semplificazione. Il ministro Cingolani e il Parlamento stanno operando in quesat direzione», rileva Mazzoncini. Dal 2013 al 2021 sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale solo 5 decreti End Of Waste (Fine dei rifiuti), che stanno rivoluzionando il settore, ma ce ne sono ancora 12 in fieri, il cui iter potrebbe durare anni. Nel momento in cui arriveranno i fondi del Pnrr, questa rivoluzione dovrebbe essere compiuta per poter avviare i cantieri senza il freno a mano tirato.

«Il punto fondamentale è che gli amministratori locali non possono essere lasciati soli nella decisione finale», precisa Mazzoncini, anche perché spesso, nell’incertezza, il funzionario locale rischia di meno a dire di no che a dire di sì, ed è portato naturalmente a non prendersi troppe responsabilità. «Molti impianti si fanno in Comuni davvero piccolissimi, dove il rapporto con la popolazione locale è naturalmente molto stretto. Forse aiutare le amministrazioni locali con una programmazione a livello centrale che sia allo stesso tempo inclusiva,non calata dall’alto, ma che abbia un carattere vincolante per tutti una volta adottata, è la strada giusta per risolvere queste criticità», spera Mazzoncini. Funzionari recalcitranti ci sono a tutti i livelli. Solo se nelle semplificazioni in arrivo chi dice di no a sproposito potrà essere sanzionato come chi dice di sì a sproposito, i cantieri cominceranno a partire.

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