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A2A e Iren? Gruppo da 4 miliardi Utility tra alleanze e veti comunali

I numeri sono di tutto rispetto. Se si procedesse a una fusione tra A2A e Iren, agli attuali valori di Borsa si otterrebbe un colosso da 4 miliardi. Del calibro di Finmeccanica e poco più della metà di Saipem. Una stazza in grado di giocare partite non solo in Italia ma anche all’estero. 
Certo, le fusioni sono più complicate e il valore finale non è la somma algebrica delle singole capitalizzazioni, ma il tema della grande multiutility del Nord è tornato protagonista dopo la decisione del governo di facilitare le aggregazioni delle ex municipalizzate attraverso incentivi per gli enti locali che dismettono quote, consentendo l’utilizzo dei proventi delle vendite delle partecipazioni al di fuori del patto di Stabilità. La norma, attesa nel decreto sblocca Italia, è stata rinviata a ottobre nella legge di Stabilità. La politica si è mossa e così i Comuni azionisti delle multiutility. Ma a suggellare la volontà del governo a imprimere un impulso al settore delle ex municipalizzate è intervenuto ieri l’amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti, Giovanni Gorno Tempini, che ha messo sul piatto 500 milioni per il risiko delle piccole utilities: «È uno dei settori chiave per gli investimenti nelle infrastrutture che il Paese necessita. Per facilitare il processo abbiamo messo da parte idealmente mezzo miliardo». Gorno Tempini non ha detto se ci siano dossier all’attenzione del Fondo strategico italiano, ha però spiegato che ad «oggi progetti non ne abbiamo visti. Possono essere articolati in diverso modo: si può ragionare per fusioni ma anche per settori. La finanza è lo strumento per raggiungere l’obiettivo».
Corsi e ricorsi della storia delle multiutility. Della fusione tra Iren e A2A si parla da anni. Da quando ancora si cercava una soluzione per Edison ed Edipower in gestione congiunta tra i francesi di Edf e A2A, Iren e la cordata italiana. Ora lo scenario è diverso e la partita è relativamente più semplice, perche riguarda «solo» A2A (azionisti di maggiornaza i Comuni di Milano e Brescia) e Iren (Torino, Genova, Piacenza, Parma e Reggio Emilia). La fuga in avanti l’hanno fatta i sindaci di Torino Piero Fassino, che è anche presidente dell’Anci, e quello di Milano Giuliano Pisapia. Il primo ha lanciato la «collaborazione tra le grandi multiutilities» e il secondo ha accolto la proposta spiegando che «ipotesi che abbiano un orizzonte industriale più ampio devono essere approfondite senza tabù e pregiudizi» e che «è utile che i consigli di amministrazione inizino a confrontarsi». È stata anche indicata la tempistica: una volta che Milano e Brescia avranno ceduto il 5% di A2A. Il primo cittadino della Leonessa, Emilio Del Bono, al momento la pensa diversamente: «È stato dato mandato agli amministratori — ha ricordato — di rafforzare A2A come player della Lombardia. Una volta raggiunto questo obiettivo si potrà pensare ad altro».
Determinanti per muovere le pedine del risiko delle multiutilities, osservano gli analisti, saranno gli incentivi che il governo darà agli enti locali per indurli a rinunciare ai benefici «politici» del controllo. Una manovra che vede in pressing anche Anci e Federutility (il cui numero uno è Giovanni Valotti, presidente di A2A). Esistono però già modelli definiti virtuosi: Hera, la multiutility in origine dell’Emilia Romanga, ma oggi con ramificazioni in Veneto, Friuli Venezia Giulia e nelle Marche, che ha oltre 180 Comuni azionisti (anche quello di Bologna, il «maggiore», è sceso di recente sotto il 10%) e che è cresciuta per aggregazioni. Come ha ricordato ieri l’amministratore delegato di Hera, Tomaso Tommasi di Vignano, sottolineando che il suo gruppo non ha «mai smesso di farle» e che il problema delle utilities italiane «è l’eccessiva frammentazione». C’è un elevato numero di micro e medie società controllate dai Comuni, come rilevato anche dal rapporto del commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, che operano a livello territoriale e che per sopravvivere dovranno aggregarsi.
In attesa che la politica faccia i propri passi, sul fronte energetico c’è un’altra partita in corso: la «conquista» degli asset di E.On Italia. In sette, tra operatori e fondi, sono stati ammessi alla data room. Mentre Edison, e dunque Edf, starebbe trattando direttamente con la casa madre tedesca per l’insieme delle attività italiane. Se raggiungesse un accordo, Edison tornerebbe a essere il secondo operatore del mercato sia elettrico sia del gas.

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