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A2A al vertice con Edf su Edison

di Cheo Condina

Il treno del riassetto Edison, questa volta, è ripartito senza indugi. In attesa del consiglio di amministrazione di Delmi, che oggi vedrà un serrato confronto tra i soci italiani per concordare una strategia condivisa, nelle ultime 48 ore i vertici di A2A hanno attivato i canali per chiudere la partita in tempo utile. Dalle banche d'affari, con Mediobanca in prima fila, agli studi legali (Bonelli Erede Pappalardo e Cleary Gottlieb) il complesso motore dell'operazione Edison, per lo meno sul fronte dell'ex municipalizzata lombarda, si è riacceso. Il contesto politico italiano, del resto, appare più favorevole all'accordo rispetto a marzo. La tabella di marcia, come sottolineato dal presidente Giuliano Zuccoli al termine del consiglio di gestione di lunedì, vede l'invio a stretto giro di una breve proposta scritta ai francesi, con cui ci sarebbe già stata una ripresa informale dei contatti, peraltro mai interrotti. Nel caso da Parigi arrivassero riscontri positivi, già settimana prossima potrebbe tenersi un vertice italo-francese per riprendere in mano e aggiornare l'intesa raggiunta in primavera. I patti con Edf scadono il 15 settembre, ma spingere sull'acceleratore potrebbe permettere di chiudere il riassetto senza l'ennesima corsa in zona Cesarini o piuttosto, nel caso si condividesse una bozza sui principi cardine del riassetto, di concordare una proroga tecnica necessaria a definire i dettagli.

È chiaro a entrambe le parti, ormai, che lo snodo fondamentale dell'accordo sarà la put italiana su Edison. È su questo punto che il Governo chiede un leggero miglioramento rispetto agli accordi precedenti. Edf e A2A concordano peraltro su due ulteriori punti: i corsi di Borsa non sono una stima attendibile del patrimonio di Foro Buonaparte e, ad oggi, restano troppe le incertezze da cui dipende il rilancio del gruppo guidato da Bruno Lescoeur. Da questa consapevolezza potrebbe discendere una soluzione che garantirebbe a italiani e francesi un atterraggio morbido sul riassetto Edison: legare la put a tre anni a una valore da stabilirsi con una formula condivisa, anziché ancorarla a un numero fisso già da subito. Un'ipotesi di scuola, lungi dall'essere già stata condivisa, che permetterebbe di aggirare un altro scoglio delle trattative: le ingenti svalutazioni, che incombono non solo su tutti i soci di Delmi (che hanno iscritto a bilancio Edison a valori superiori di 1 miliardo rispetto alla capitalizzazione di Borsa) ma anche sulla stessa Edf, che ha già bruciato 437 dei 750 milioni accantonati a fine 2010 per eventuali rettifiche sulle società italiane.

Prima dell'auspicato vertice con i francesi, Zuccoli e il direttore generale di A2A Renato Ravanelli riceveranno il via libera a trattare dal cda di Delmi previsto per questa mattina. Delmi, controllata al 51% dall'ex municipalizzata ha tre azionisti industriali più o meno "dissidenti": Dolomiti Energia (10%), Sel (10%) e Iren (15%). Specie quest'ultima ha più volte lamentato l'esclusione a priori dalle trattative con Edf, auspicando un maggiore coinvolgimento. Da qui la convocazione del cda di oggi (in cui verrà definito, ma sarà una nomina puramente formale, il vicepresidente), finalizzato a definire una strategia comune. Inoltre, come anticipato dall'agenzia Radiocor, le tre utility chiederanno (ma difficilmente saranno accontentate) che Andrea Viero, direttore generale di Iren, affianchi Ravanelli e Zuccoli nel negoziato con i francesi. In realtà i malumori derivano soprattutto dalle contropartite previste nel break up di Edipower, di cui Iren controlla il 10%. Il gruppo presieduto da Roberto Bazzano, oltre alla complicata ipotesi di liquidare le quote in Delmi, punta a ottenere una delle due centrali idroelettriche di Edipower (già prenotate da A2A) anzichè quella a ciclo combinato, più un possibile conguaglio cash, che le è stata offerta. L'altoatesina Sel cederebbe volentieri le quote di Delmi in cambio del 40% di Hydros (di cui già detiene il 60%) oggi in mano a Edison. L'impressione è che la quadra, salvo clamorosi colpi di scena, si troverà. Anche perchè i soci minori hanno le armi spuntate: nel caso decidessero di avvalersi dell'opzione put, prevista dal patto di sindacato nel caso di decisioni strategiche non condivise, dovrebbero cedere le partecipazioni agli altri azionisti al prezzo di mercato, subendo pesanti minusvalenze.

 

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