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A Wall Street scoppia lo scandalo insider trading

Il nome è insospettabile – 10b5-1 – da cavillo burocratico. Ma dietro potrebbe nascondersi una delle più grandi ondate di insider trading da parte di top executive delle aziende americane. La sigla identifica piani di compravendita di titoli delle loro società, a date o prezzi stabiliti, per evitare accuse di aver operato sulla base di informazioni riservate. Peccato che questi piani preordinati non siano pubblici, non vengano depositati presso authority di controllo e siano sempre modificabili altrettanto in segreto. Una ricetta, insomma, che offre una comoda copertura a insider aziendali, cioè i dirigenti, che decidano di dedicarsi all’insider trading.
Le manovre dei vertici della Corporate America – portate alla luce da un’inchiesta del Wall Street Journal sulle transazioni di oltre ventimila executive che ha rilevato una sospetta incidenza di forti guadagni – potrebbero aprire un nuovo fronte nella vasta campagna delle autorità contro l’insider trading e le manipolazioni del mercato a Wall Street. Nel mirino della procura federale di New York e della Sec sono finora finiti anzitutto gli hedge fund: ieri il colosso da 14 miliardi Sac Capital, del leggendario Steve Cohen, ha ammesso in una conference call con gli investitori di aver ricevuto una Wells notice, l’avviso della Sec sulla probabilità di accuse formali alla società. A oggi sei suoi ex trader sono stati incriminati, stringendo il cerchio attorno a Cohen.
Lo spettro d’un diffuso fenomeno di insider trading che va al di là dell’alta finanza – lo stesso procuratore di New York Preet Bharara l’ha paragonato a un’epidemia – emerge dalle statistiche. Sui 20.337 dirigenti scrutinati, ben 1.418 tra coloro che spesso usando i 10b5-1 hanno comprato o venduto azioni a ridosso di annunci aziendali si sono fregiati di guadagni superiori al 10% – o evitato equivalenti perdite – entro una settimana. Quasi il doppio di chi ci ha invece rimesso altrettanto. Altri risultati sono ugualmente allarmanti: uno ogni 33 executive dediti a compravendite dalla frequenza irregolare ha strappato guadagni medi di oltre il 20%, contro uno ogni 117 tra chi segue le medesime scadenze annuali.
La segretezza dei piani di compravendita rende di fatto impossibile valutare la legittimità delle operazioni. Gli executive sono tenuti a mai agire sulla base di informazioni non pubbliche. Ma l’unico obbligo facilmente verificabile è che devono riportare alla Sec le loro transazioni entro 48 ore. Questo nonostante l’attuale normativa fosse nata per limitare l’insider trading: nel 2000 la Sec aveva vietato qualunque operazione da parte di dirigenti quando fossero in possesso di notizie riservate. Per ammortizzare la stretta aveva però consentito le compravendite attraverso i 10b5-1. I casi sui quali il Journal punta adesso i riflettori comprendono i settori più diversi: il fondatore del retailer Body Central Jerrold Rosenbaum e la figlia e dirigente Beth Angelo in maggio hanno venduto azioni per 2,9 milioni alla vigilia d’un allarme utili costato al titolo il 48 per cento. Nel 2007 il Ceo di Micrel, semiconduttori, ha ceduto un milione in titoli prima d’un bilancio deludente e una flessione del 22 per cento. Nel 2011 il Ceo di VeriFone ha evitato il dimezzamento del titolo e quello della petrolifera Cobalt una caduta del 39 per cento. Nel 2008 il dirigente di Cardtronics Ronald Delnevo azzeccò ripetute compravendite. Coincidenze?

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