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A Wall Street c’è un altro tunnel dopo il tunnel

Insieme alle nubi e alle prime piogge, l’autunno ha portato nuovi timori da oltreoceano. In un periodo già difficile da interpretare a causa delle imminenti elezioni presidenziali, le prospettive dell’economia degli Stati Uniti restano infatti incerte.
Il barometro degli operatori ha subito registrato il cambiamento di clima e le preoccupazioni si sono diffuse rapidamente. Una prima conferma è arrivata dal periodico sondaggio Morningstar (a cui hanno partecipato 17 tra le principali case di investimento nazionali ed estere attive in Italia), che segnala uno spostamento nel baricentro delle preoccupazioni: dall’Eurozona agli Usa. «Wall Street – riassume Morningstar – si è difesa bene dalla crisi europea, ma ora deve fare i conti con tre principali fonti di incertezza: il voto presidenziale di novembre, la fine degli incentivi fiscali dell’era Bush e i contemporanei tagli alla spesa (fiscal cliff) e la situazione congiunturale. Gli investitori sono rincuorati dall’apertura della Federal Reserve, ma mostrano cautela sul futuro andamento dei listini azionari, dal momento che il quadro macro rimane a tinte chiaroscure. I gestori ritengono che il mercato sia correttamente valutato. Per questa ragione più di un fund manager su due prevede l’oscillazione dei listini intorno agli attuali livelli».
Il prospetto che correda l’articolo (realizzato da Janus Capital) riassume valutazione attuale, trend in corso e previsioni per i principali indicatori macro dell’economia Usa, dai consumi alla politica fiscale e monetaria. Anche in questo caso prevalgono i toni prudenti, ma in che misura le preoccupazioni hanno permeato le strategie degli operatori?
«Noi non nutriamo lo stesso genere di timori – osserva Livio Dalle, direttore investimenti di Vontobel Italia -. I segnali che arrivano dall’economia Usa sono misti, non solo negativi. I redditi reali sono cresciuti, le costruzioni residenziali restano dinamiche, l’occupazione mostra qualche spunto di ripresa e non ci sono problemi di inflazione. Infine, la storia insegna che gli anni elettorali sono favorevoli ai listini. Anche se tutto questo non esclude che da qui a nove mesi si verifichi un rallentamento». Inoltre ciò non toglie che l’allocazione tattica guardi verso l’Europa. «Il sovrappeso dell’area euro – conclude Dalle – è dovuto al fatto che c’è più margine. L’equity Usa non è lontano dai massimi, mentre in Europa siamo vicini ai minimi».
«L’economia Usa ha ripreso a crescere a un ritmo più sostenuto rispetto agli ultimi mesi – aggiungono i gestori di Fondaco, Sgr istituzionale – e le prospettive nel breve periodo rimangono moderatamente positive. Tuttavia, nonostante la solidità dei fondamentali, la ridotta capacità delle imprese statunitensi di generare utili, il rallentamento delle economie emergenti e la possibile recessione europea potranno pesare sulla dinamica nel medio e lungo periodo, unitamente alle decisioni in materia di politica monetaria e fiscale».
Più negativa la visione di Carmignac Gestion: «La ripresa negli Usa non regge – avverte Didier Saint-Georges, membro del Comitato investimenti – e, soprattutto, i Paesi europei non sono in grado di togliersi d’impiccio da soli dal circolo vizioso costituito da deficit, austerità e recessione. In questo contesto la strategia di investimento globale deve essere più che mai lucida e coerente, perché il volontarismo della Fed e della Bce costituisce il pendant di una situazione economica allarmante».
Eppure anche in questa condizione qualcosa si muove, o meglio potrebbe farlo nei prossimi mesi. «Guardando oltre la scadenza elettorale di novembre – precisa infatti un’analisi di Edmond de Rotschild Am – alcuni settori hanno potenziale di crescita. L’immobiliare sta beneficiando degli effetti delle manovre Fed che hanno abbassato i tassi dei mutui. E l’auto: le macchine americane hanno in media 10 anni. Un record che fa prevedere vendite in crescita».

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