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A sorpresa l’America rallenta

America improvvisamente in recessione? I dati diffusi ieri dal governo americano — il Pil in calo dell’1 per cento nel primo trimestre del 2014, la prima contrazione da più di tre anni a questa parte — potrebbero suscitare sconcerto e allarme tra gli osservatori distratti. Anche perché fin qui si è parlato di un’economia americana che, pur nella fragilità del quadro mondiale complessivo, ha ripreso a crescere con una sua moderata regolarità a differenza di un’Europa ancora alle prese con la crescita zero dopo un prolungato periodo di recessione. 
Cosa sta accadendo, allora? Semplicemente che — come abbiamo già scritto un mese fa quando vennero pubblicati i primi dati del Bureau od Economic Analysis, l’ufficio statistico federale — l’economia ha pagato un prezzo più elevato del previsto per l’inverno più freddo della storia americana. La morsa del gelo — gran parte del Paese sotto zero per tre mesi interi, la città di New York paralizzata dalla neve per ben 16 volte rispetto alle tre o quattro di un inverno normale — è costata cara: edilizia semiparalizzata, contrazione della vendita di auto, decine di migliaia di voli cancellati per il maltempo, viaggi di piacere, meeting e “convention” aziendali annullate.
Così l’economia Usa, che da tempo cresceva a un ritmo medio del 3 per cento, ha subito un’improvvisa battuta d’arresto. I dati provvisori diffusi un mese fa indicavano “crescita zero” (+0,1 per cento del Pil). Quelli ufficializzati ieri dopo le necessarie verifiche segnalano addirittura un -1 per cento: un altro trimestre così e l’America sarebbe di nuovo in recessione. Ma non succederà. Anzi, gli economisti prevedono un rimbalzo col Pil del secondo trimestre che potrebbe crescere addirittura del 4 per cento.
Che non ci siano ragioni d’allarme è dimostrato anche dalla reazione della Borsa Usa che ieri non solo non si è fatta prendere dal panico, ma ha registrato una moderata crescita: gli operatori si sono concentrati sulle buone prospettive del secondo trimestre anziché sul saldo negativo dei tre mesi già archiviati. I cui numeri devono, comunque, far riflettere sulla fragilità della ripresa americana. Il sistema è solido ed è tornato a produrre posti di lavoro, ma imprese e investitori restano prudenti: non si temono più crolli, lo spettro della deflazione si è in gran parte dissolto, ma non ci si illude nemmeno che il Paese possa tornare agli elevati tassi di crescita che un tempo caratterizzavano l’uscita dalle recessioni.
La debolezza dei numeri del trimestre scorso, oltre che dai fattori meteorologici, è legata alle scelte delle imprese che hanno rallentato la ricostituzione delle scorte di magazzino: evidentemente non ci si attende una forte ripresa dei consumi. E anche gli investimenti in immobili residenziali e industriali, che negli ultimi due anni erano risultati piuttosto dinamici, hanno subito un netto rallentamento. Qui bisognerà esaminare con molta attenzione i dati dei prossimi trimestri per capire se anche qui la battuta d’arresto sia stata causata dal “generale inverno” o se, con l’aumento dei tassi d’interesse, si stia fermando quella corsa all’acquisto delle case che negli ultimi due anni ha contribuito non poco a ridare slancio all’economia.
Per adesso, comunque, non scatta nessun allarme. La Federal Reserve continua a parlare di prospettive di crescita per l’economia e, del resto, l’ultimo taglio dei sostegni monetari al sistema produttivo (un’altra riduzione di 10 miliardi di dollari dei titoli acquistati mensilmente sul mercato) è stato deciso un mese fa proprio all’indomani della comunicazione dei dati negativi del Pil del primo trimestre. La Fed guarda soprattutto alle condizioni del mercato del lavoro e sembra tranquillizzata dai numeri che segnalano una progressiva riduzione del numero dei disoccupati, anche se la cifra complessiva degli impieghi non è cresciuta di molto. E qui, in attesa dei dati consuntivi del mese di maggio, ci sono già alcuni segnali positivi come il calo (meno 27 mila) delle nuove domande per sussidi di disoccupazione federali. Il numero complessivo delle richieste è sceso al livello più basso dall’agosto 2007, quando mancava ancora un anno al crollo della Lehman Brothers ma l’America, senza saperlo, stava già entrando in recessione.

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