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A Siena si vota il futuro di Mps. Lo sprint dopo le urne

Archiviato al Monte dei Paschi di Siena lo sciopero preventivo di venerdì scorso, la lentissima trattativa che dovrà portare il governo italiano ad uscire dal capitale della banca più antica al mondo si avvia ad affrontare un altro tornante prima di arrivare al dunque. Potrebbe essere l’ultimo tornante, ma in Italia non si sa mai. Domenica 3 ottobre a Siena si vota infatti per le elezioni suppletive e l’esito delle urne sarà in qualche modo legato al futuro stesso della trattativa di vendita, che attualmente vede impegnato il direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera e la sua squadra, con il team di Merger & Acquisition di Unicredit, guidato da Giacomo Marino, braccio armato dell’amministratore delegato del gruppo, Andrea Orcel.

Il Tesoro controlla il 64% di Mps. Così, molti condizionamenti politici hanno avvelenato le acque della trattativa nelle ultime settimane di campagna elettorale. Unicredit è stata dipinta come una banca estera (!) e il futuro di molti dipendenti del Monte dei Paschi è parso essere quello del licenziamento in tronco, dimenticando evidentemente le normative di tutela fortunatamente esistenti in Italia, gli scivoli pensionistici, le buonuscite, gli interventi del fondo di categoria. Tutti interventi necessari perché, come si è visto il 13 settembre scorso su queste pagine, se consideriamo il margine operativo realizzato dalla banca senese e lo mettiamo in rapporto con il numero dei dipendenti, vediamo che tra le grandi banche italiane Mps è ultima, staccata da tutte le altre, ad un livello che è praticamente la metà rispetto alla prima della classe, Intesa Sanpaolo.Margini

In cifre, a fronte dei 141 mila euro di «contribuzione» da parte di ogni dipendente di Intesa, al Monte si fermano a 73 mila. In Unicredit arrivano a 127 mila, al Credem a 103 mila. Dati della semestrale allo scorso 30 giugno. Da questa parte i fatti, dall’altra le legittime opinioni, che tutti possono esprimere soprattutto in campagna elettorale. Per questo il tornante delle urne potrebbe essere l’ultimo. Dopodiché, probabilmente, si andrà a chiudere.

In queste settimane la colonna sonora preferita dal team di Unicredit è «Siamo solo noi», di Vasco Rossi. E in effetti non si vedono alternative. Marino, un passato prossimo alla Fondazione Cariverona e un passato remoto a Londra, dove è riuscito a farsi conoscere ed apprezzare dall’attuale amministratore delegato di Unicredit, Andrea Orcel, riferisce direttamente a Fiona Melrose, che in Unicredit è head of group strategy, che a sua volta riporta a Orcel. Le alternative di mercato non si vedono e la possibilità di realizzare un polo che metta assieme Carige, Popolare di Bari e una parte consistente di Mps, appare al momento come un film dell’orrore che, per trasformarsi in una pellicola degna di essere vista, necessiterebbe di una quantità rilevante di capitale finanziario che nessuno, al momento, sembra interessato a mettere. Neppure un gruppo finanziariamente solido come UnipolSai, che controlla una quota importante di Bper Banca (20%), possibile player in vista della costituzione di un ipotetico terzo polo nazionale. Infatti, tra le molte voci di corridoio, si ripropone l’ipotesi che l’impegno della banca modenese sembrerebbe potersi circoscrivere, in un ipotetico «Piano B», all’acquisizione di una quota di 130-150 sportelli bancari attualmente del Monte dei Paschi, come è stato fatto recentemente nelle pieghe dell’acquisizione di Ubi da parte di Intesa Sanpaolo dalla stessa Bper. Una acquisizione mirata e da realizzarsi esclusivamente con facoltà di scelta degli sportelli.

Intanto, il ridimensionamento dell’istituto senese prosegue. Nel novembre scorso Mps definì la cessione di una parte del proprio portafoglio immobiliare, composta da 28 immobili, ad Ardian, fondo di private equity e a DeA capital real estate sgr. Nel pacchetto finì anche la sede di via del Corso a Roma, a pochi passi dalla Fontana di Trevi. Oggi, gli effetti di quella cessione, necessaria per portare liquidità alle casse e snellire il perimetro degli attivi, sono però sotto gli occhi di tutti: la sede milanese di via Santa Margherita, in pieno centro storico, a due passi dal Teatro alla Scala, dove per anni ha avuto ufficio l’amministratore delegato Marco Morelli e più recentemente Guido Bastianini, è stata abbandonata lo scorso giugno e oggi è un grande cantiere di ristrutturazione, curato da DeA capital, che ne sta guidando la trasformazione. Il Monte ammaina le proprie bandiere da alcuni dei flagship store che si trovano nelle location più prestigiose d’Italia e si avvia a un futuro diverso, più regionalizzato dopo le sbornie del passato e non più in autonomia dopo le magie contabili delle gestioni Mussari-Vigni e l’autoreferenzialità di una fondazione miope.Tredici settimane

Urge voltare pagina. Lo chiede l’Europa, che legittimamente si attende il rispetto dei patti sottoscritti al momento del salvataggio di Stato e anche il governo italiano, che non può continuare a investire denari pubblici per sanare una situazione generatasi dall’insipienza di un management privato (indimenticabile l’acquisto di Antonveneta dal Santander, pagata alla fine oltre 15 miliardi di euro, senza alcuna pratica di due diligence da parte dell’acquirente).

Domenica si vota a Siena e a quel punto mancheranno 13 settimane alla scadenza del 31 dicembre. Tredici settimane, ponti compresi, per definire tutto nel dettaglio, a pena di perdere il grande vantaggio fiscale che la cessione di Mps potrebbe portare ad un acquirente ricco e capiente, come è Unicredit. Gli sherpa non possono perdere tempo, saranno al lavoro anche a urne aperte.

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