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A segno l’asta BTp, rendimenti stabili

Il Tesoro schiva la mina greca e piazza i BTp sul mercato come da programma, ma il successo non è del tutto indolore. I titoli di Stato italiani fanno sì il pieno di richieste (la domanda complessiva è stata di circa 9 miliardi di euro a fronte dei 5,25 miliardi effettivamente emessi, il massimo della forchetta) e i rendimenti del benchmark triennale (l’emissione più importante con i suoi 3,5 miliardi) restano sostanzialmente invariati rispetto all’asta di un mese fa: 3,91% contro 3,89 per cento.
Senza l’effetto Grecia sui mercati, però, l’esito avrebbe potuto essere molto più soddisfacente, perché fino alla chiusura di venerdì il rendimento del BTp marzo 2015 stazionava attorno al 3,60%: trenta punti base in meno che avrebbero fatto risparmiare denaro utile al Tesoro. Le vicende del fine settimana hanno però fatto svanire il vantaggio nel giro di pochi minuti e lo si è bene visto ieri già all’apertura dei listini, con il timore dell’uscita di Atene dall’euro (e in generale l’instabilità politica nell’Eurozona) a spingere gli investitori a fuggire dalle attività a rischio (Borse e bond periferici) per gettarsi direttamente fra le braccia del Bund.
Nel momento in cui andava in scena l’asta del Tesoro il rendimento del titolo di Stato tedesco decennale toccava i nuovi minimi storici all’1,43%, mentre il differenziale con l’Italia si allargava oltre i 430 punti base e quello della Spagna saliva fino a quota 490. La situazione, insomma, non era certo delle più favorevoli e ben si comprende perché l’esito del collocamento sia stato in fondo accompagnato da molte parti con un sospiro di sollievo. La fuga dall’Italia, nonostante i rischi del contagio europeo, non c’è stata e questo di per sé può essere considerato un risultato da non disprezzare se si tiene conto delle circostanze avverse in cui è maturato.
In fondo, il fatto che il benchmark triennale abbia visto addirittura crescere il rapporto tra domanda e offerta (1,52 da 1,43 del mese scorso) è incoraggiante. Così come altrettanto interessante, sotto questo aspetto, è l’esito dell’asta degli altri titoli «off-the-run» collocati ieri dal Tesoro. Le richieste sono state superiori al doppio delle offerte pure per le scadenze marzo 2020 e marzo 2022, sulle quali sono state emesse obbligazioni rispettivamente per 542 e 651 milioni di euro a tassi lordi del 5,33% e 5,66 per cento.
Segnali positivi si sono avuti infine anche dal collocamento del titolo con scadenza marzo 2025, seguito con attenzione particolare dagli operatori perché era la prima volta che tornava sul mercato da ottobre (e si oltrepassava ancora una volta la durata decennale dopo il titolo agosto 2023 del mese scorso). In questo caso la richiesta degli investitori ha superato il miliardo di euro (557 milioni l’ammontare effettivamente piazzato) e il prezzo, secondo quanto confermano gli analisti, è risultato addirittura superiore a quello registrato poco prima sul secondario contribuendo a contenere il tasso al 5,90 per cento.
Nel complesso, dunque, il primo vero scoglio è stato aggirato dal Tesoro, che dalla parte sua adesso ha un calendario «favorevole». Nelle prossime due settimane non sono infatti in programma nuove aste di titoli di Stato italiani: il sipario si riaprirà soltanto lunedì 28 maggio con CTz e BTp indicizzati all’inflazione, per proseguire nei due giorni successivi (BoT a 6 mesi prima, BTp a 5 e 10 anni poi). Fino ad allora la tensione sul primario si scaricherà inevitabilmente altrove, a partire dagli OaT francesi e dai Bonos spagnoli che finiranno sul mercato nei prossimi due giorni.

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