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A segno l’asta BoT, tassi in rialzo

Tassi in rialzo e minor domanda per i BoT, calo dell’1,44% per Piazza Affari che ha registrato la peggior performance in Europa. A raccontarla così, la seduta di ieri, sembrerebbe assomigliare pericolosamente a quelle dense di tensione di qualche mese fa. La realtà per fortuna non è però così negativa e la giornata, nella quale fra l’altro il Governo Letta ha ottenuto la fiducia alla Camera, è tutto sommato da catalogare fra quelle di sostanziale routine. Il rendimento del titolo a 12 mesi è in fondo rimasto vicino ai minimi storici registrati il mese scorso e le ragioni della debolezza dei listini azionari (Milano in testa) vanno semmai ricercate altrove, magari oltre l’Atlantico.
Procediamo però con ordine: i 5,5 miliardi di euro di BoT collocati ieri mattina sono stati assegnati a un tasso dello 0,707%, appena due centesimi oltre lo 0,688% di novembre e anche leggermente al di sotto di quanto si potesse pensare alla vigilia; la domanda per quella che di fatto è l’ultima operazione dell’anno (le aste di fine mese saranno infatti già regolate nel 2014) è risultata di 1,6 volte l’offerta contro l’1,8 dell’ultimo collocamento a 12 mesi. Ma anche in questo caso le responsabilità italiane sono ben poche, perché nelle ultime settimane tutti i rendimenti a breve termine in Europa hanno subito la stessa sorte.
I tassi sono infatti cresciuti per via della tensione che si è creata sul mercato monetario in prossimità della scadenza dell’anno solare e che la riduzione della liquidità in circolazione nell’Eurosistema legata alla restituzione anticipata dei finanziamenti a lungo termine (Ltro) da parte delle banche ha reso stavolta più evidente. Prova ne sia che, mentre salgono i tassi a breve (compresi l’Euribor a 1 e 3 mesi, ieri rispettivamente allo 0,21% e allo 0,26%), i rendimenti a medio-lungo termine si muovono invece tendenzialmente in discesa. Oppure restano tutt’al più stabili come quelli del BTp decennale, che ieri si è confermato al 4,06% e a una distanza di 224 punti base dal Bund con pari scadenza (cioè sui livelli minimi dopo l’esplosione della crisi del debito).
Anche il calo più accentuato di Piazza Affari (gli altri listini europei e Wall Street sono riusciti a contenere le perdite entro il punto percentuale) sembra più legato a qualche movimento particolare che a un vero e proprio «caso Italia»: per esempio alla giornata storta di Mediolanum, che ha perso il 6,8% dopo il completamento del collocamento del 5,6% del capitale sociale da parte di Fininvest; o a quella di Eni, che ha ceduto il 2,1% complice un giudizio non lusinghiero da parte di una banca d’affari. La debolezza dei titoli del settore finanziario ha poi fatto da cornice a un generale movimento che si è visto un po’ ovunque: da Francoforte a New York, passando per Madrid.
Il tema è quindi più generale, e si incrocia ovviamente con le attese per una riduzione del piano di riacquisti di attività finanziarie da parte della Federal Reserve (il temuto «tapering») di cui si parla ormai da tempo. La novità, in questo caso, è l’accordo sul tetto al deficit Usa raggiunto in commissione da repubblicani e democratici nella serata precedente: un’intesa che, pur dovendo passare ancora al vaglio del Congresso, sarebbe di per sé una notizia favorevole perché potrebbe sgombrare il campo dal rischio «shutdown», cioè una delle maggiori incognite per i primi mesi del 2014.
I mercati hanno però evidentemente preferito leggere l’annuncio in chiave opposta, ovvero come un evento che potrebbe convincere la Banca centrale Usa ad avviare prima del previsto la graduale riduzione dello stimolo monetario. L’appuntamento chiave, del resto, si avvicina a grandi passi: per avere il responso basterà attendere la riunione del Fomc, il braccio operativo della Fed, di martedì e mercoledì prossimo. Nel frattempo ci sarà da mettere in conto volatilità a volontà sui listini.
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