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A segno l’asta BoT, i tassi tornano a zero

Continua la fase favorevole per i collocamenti delle aste del Tesoro. La bassa inflazione (+0,2% a giugno) e la politica espansionistica della Bce (che acquista titoli di Stato dell’Eurozona schiacciando i rendimenti su tutta la curva) permettono ai tassi nominali dei titoli di Stato italiani di viaggiare sui minimi sul mercato secondario. E così quando il Tesoro colloca titoli sul mercato primario – che in condizioni normali non è altro che il notaio di quanto già riflesso sul mercato secondario – riesce a fissare tassi di interesse nominali eccezionalmente bassi. Ed è quanto è accaduto ieri: sono stati collocati BoT a 6 mesi per un controvalore di 6,5 miliardi di euro spuntando un rendimento dello 0,007%, in flessione di cinque punti base sull’asta precedente. Buona la domanda, con richieste che sono arrivate a 11,6 miliardi di euro e un rapporto tra domanda e offerta pari a 1,79, in aumento rispetto dall’1,6 dell’asta precedente.
Oggi il Tesoro chiude la settimana e il mese con un altro collocamento, questa volta sulla parte lunga della curva dei rendimenti: sul mercato andranno CcTeu e BTp a 5 e 10 anni per un massimo di 6,25 miliardi di euro. Gli operatori interpellati da Radiocor si aspettano rendimenti in calo e una buona domanda. Più nel dettaglio, i rendimenti dei BTp a 5 e 10 anni dovrebbero essere decisamente più bassi rispetto alle aste di giugno quando si attestarono rispettivamente all’1,25 e al 2,35 per cento. Le attese sono per una discesa sotto l’1% per il BTp a 5 anni (in area 0,80%) e sotto il 2% per il BTp benchmark decennale che ieri ha chiuso in area 1,91% sul mercato secondario, 119 punti base in più del rispettivo Bund tedesco, ma cinque punti base in meno del Bonos spagnolo di pari durata che prezza un rendimento dell’1,96%.
Sulle Borse, intanto, sembra essersi attenuato (almeno per il momento) il pericolo Cina. Ieri il listino principale di Shanghai ha chiuso in rialzo del 3,4% permettendo agli operatori europei di concentrarsi sulle tematiche di “casa”, in attesa del dato sulla stima del Pil del secondo trimestre negli Stati Uniti, in arrivo oggi.
I listini del Vecchio continente hanno chiuso in discreto rialzo (indice Eurostoxx 50 +0,6%). Parigi ha guadagnato lo 0,8%, Francoforte lo 0,34%. Meglio ancora Londra (+1,16%). In controtendenza Piazza Affari dove il Ftse Mib ha ceduto lo 0,34% (ma nel corso della seduta è arrivato a cedere oltre un punto percentuale). Sull’andamento del listino nostrano ha pesato la performance di UniCredit che ha ceduto il 3,3%. Oltre alle indiscrezioni riportate nei giorni scorsi su un possibile cambio dei vertici, ieri si è aggiunta un’altra indiscrezione (smentita dalla banca) secondo cui la Bce avrebbe rilevato che alcuni indicatori di bilancio della banca non vanno bene. Resta il fatto che il titolo pesa molto nel calcolo dell’indice (con Intesa Sanpaolo e Generali incide per quasi il 30%) e quindi ha impattato sulla performance generale del paniere dei primi 40 titoli. Tra i bancari in forte calo anche Mps (-3,7%). Pesante Saipem (-3,4% ma nell’intraday ha perso oltre il 7%) dopo le pesanti svalutazioni e la revisione dei target annunciate ieri, che alimentano i timori di un aumento di capitale. Ha invece festeggiato Italcementi (+49,47%) il passaggio di mano ai tedeschi di HeidelbergCement annunciato martedì a mercati chiusi (si vedano articoli a pagina 3).
Sul fronte valutario l’euro è sceso sotto 1,10 dollari dopo le indicazioni di politica monetaria arrivate in serata dagli Usa. Ieri la Federal Reserve ha lasciato i tassi di interesse fermi allo 0-0,25%, minimo storico a cui furono portati il 16 dicembre 2008. A questo punto la patata bollente passa al prossimo meeting, in calendario il 16 e 17 settembre. Molti analisti sono convinti che potrebbe essere vicina l’ora della prima stretta negli Usa dal 2006.

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