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A risiko comandano i correntisti

C’è un risiko sotterraneo, silenzioso, nascosto, che si gioca tutti i giorni, lontano dai titoli dei giornali e dalle osservazioni della Bce. È il risiko dei risparmiatori e dei correntisti vessati, che si prendono cura dei propri interessi, dopo aver visto andare in frantumi quel rapporto di fiducia che per anni li aveva tenuti legati alla «loro» banca. E che ora cercano un rifugio sicuro per i loro risparmi. Il fenomeno è sotto gli occhi di tutti. Le banche che hanno perseguito un interesse diverso da quello dei propri clienti sono oggi ripagate con la più pesante delle monete: sono lasciate sole.
Consistenti flussi di risparmio hanno abbandonato questi istituti, si sono svuotati i conti, chiusi rapporti decennali. In alcuni casi, di quelle banche resta solo un guscio, sempre più vuoto. Il senso della svolta si avverte anche nelle agenzie, deserte, ma non per colpa delle nuove tecnologie.
Non più popolare
Il caso più evidente è quello della Popolare di Vicenza, dalla scorsa settimana trasformatasi in società per azioni. Il bilancio 2015, da poco reso pubblico, evidenzia come l’istituto oggi guidato da Francesco Iorio stia pagando un tributo pesantissimo alla vecchia gestione che faceva capo al presidente Gianni Zonin e all’amministratore delegato Samuele Sorato. Al 31 dicembre le consistenze dei conti correnti e dei depositi liberi ammontava a 11.414,960 milioni di euro. Un anno prima erano 13.963,241. Ovvero, in dodici mesi si sono volatilizzati 2,548 miliardi di euro, il 18,25% del totale. Una vera e propria manifestazione di sfiducia, ampiamente giustificata. Se Iorio sabato 5 marzo ha portato a casa un risultato fondamentale per il futuro dell’istituto, molto resta ancora da fare. I legami con il passato non sono ancora stati sciolti. Se una buona parte del consiglio di amministrazione – quella più direttamente riconducibile, per storia personale o percorso di carriera, all’ex presidente Zonin – non si è presentata in assemblea, ancora nessuno si è dimesso: né i vicepresidenti Andrea Monorchio e Marino Breganze – quest’ultimo sodale di lungo corso di Zonin –, né il presidente della Fiera di Vicenza, Matteo Marzotto, né l’imprenditore Nicola Tognana o il capo degli industriali del Veneto, Roberto Zuccato. Sono ancora tutti seduti sulle loro poltrone, come se i 1.407 milioni di perdita dell’ultimo bilancio fossero un evento esterno alle loro competenze. In assemblea era invece presente l’avvocato Paolo Angius, da anni legale di fiducia, dentro e fuori la banca, di Zonin e anche lui consigliere di amministrazione della Popolare. È anche in risposta al perpetuarsi di queste presenze che i correntisti se ne stanno andando. Se Iorio è la faccia nuova, troppi attorno a lui sono volti tristemente noti.
Il fenomeno dell’abbandono accomuna diversi istituti. Non ci sono dati certi e confrontabili, al momento, sulla situazione delle quattro banche protagoniste del decreto del 22 novembre scorso: Etruria, Marche, CariFerrara e CariChieti hanno una nuova forma sociale e, in alcuni casi, sono l’istituto di riferimento del territorio. Ma quel che si vede a Vicenza, è simile a quanto accade a Genova o a Siena. In Toscana, Fabrizio Viola ha portato dopo cinque anni di tempeste il primo bilancio in utile a casa del Monte dei Paschi. La banca senese «è» un buon affare, ma in pochi vogliono continuare a portare l’eredità (anche solo di immagine) di Antonio Vigni e Giuseppe Mussari. Così nell’ultimo anno i depositi sono scesi di quasi 2 miliardi, poca cosa se considerate le dimensioni del Monte, ma comunque significativa.
E Genova? Anche qui mancano quasi 2 miliardi, ma su dimensioni più vicine alla Vicenza che al Monte. Quindi un impatto importante, dovuto per buona parte al sistema messo in atto dall’ex presidente Giovanni Berneschi, a cui né la determinazione di Piero Luigi Montani, né i danari di Vittorio Malacalza, hanno posto rimedio.
Favoriti
Di queste migrazioni beneficiano le banche più forti, in Veneto Intesa e Unicredit. Ma anche le più agili, come Banca Generali, Fineco, CheBanca! e Mediolanum, che hanno una fitta rete di agenti sul territorio. Va poi in controtendenza Veneto Banca, dove i depositi, stando alle voci di bilancio, sono significativamente cresciuti. Ma qui l’azione di discontinuità è stata netta ed iniziata prima che altrove, certamente prima che a Vicenza. E i risultati si vedono.

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