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A rischio la spinta dell’export

Per ora è un “soft landing”, un atterraggio morbido, ma sul futuro delle nostre esportazioni la frenata europea inizia a pesare in modo rilevante, facendo venire meno uno dei traini principali delle nostre vendite. Se a novembre il dato è ancora positivo, con una crescita tendenziale del 3,6%, lo si deve unicamente alla performance brillante dei paesi extraeueropei, Stati Uniti in primis, capaci di crescere nel mese a doppia cifra, con un balzo del 10% da inizio anno.
Diversa, e in molti casi opposta, la situazione europea, con le nostre vendite Ue a cedere il 2,2% nel mese, un decimale da inizio anno. A portare in rosso il bilancio è la decisa frenata tedesca, i cui acquisti sono diminuiti a novembre del 3,8%, 162 milioni in meno rispetto allo stesso mese del 2011. Calo “pesante”, perché realizzato dal nostro primo partner commerciale, capace di assorbire poco meno del 13% delle nostre vendite oltreconfine. Ma in realtà, con poche eccezioni, è l’intera Europa a rallentare in modo evidente, con i Paesi Bassi a cedere quasi 11 punti, la Spagna più di sette, la Repubblica Ceca dieci, l’Austria cinque. A contenere i danni c’è lo stallo francese, secondo nostro mercato di sbocco, al palo tanto a novembre che nei primi undici mesi dell’anno; e soprattutto il Regno Unito, capace di crescere di un robusto 9,6% da gennaio.
Per trovare performance simili bisogna trasferirsi nei mercati più remoti, come in Stati Uniti, Turchia, Russia, Africa Settentrionale e Giappone, tutte aree in grado di acquistare ancora a piene mani prodotti italiani nel corso del 2012.
Dal punto di vista della composizione delle nostre vendite, escludendo dal calcolo l’energia, il bilancio di novembre è ancora più magro, con una crescita tendenziale dell’export italiano che si riduce su base annua all’1,9% e che vede un rallentamento deciso per beni intermedi e strumentali, tradizionali punti di forza delle nostre Pmi.
Nei beni strumentali, in particolare, il 2012 si chiude con performance decisamente meno brillanti rispetto all’anno precedente, con pochi punti percentuali di crescita a fronte della corsa a doppia cifra del 2011, quando il guadagno dei primi 11 mesi fu pari al 14,2%, sei volte il risultato attuale.
E tuttavia, nonostante questo rallentamento, proprio da macchine e macchinari, con un saldo attivo di oltre 43 miliardi, arriva il contributo determinante per risollevare la sorti della nostra bilancia commerciale. Nei primi undici mesi dell’anno arriva a sfiorare i nove miliardi di attivo, mai così in alto dal 2002, un’inversione di trend netta dopo il “rosso” di 25,6 miliardi dell’anno precedente. Ribaltamento realizzato grazie alla forte crescita del surplus all’interno dell’area Ue, ma soprattutto alla riduzione decisa degli acquisti dai paesi Opec e dalla Cina. La bilancia commerciale in “nero” offre l’unico contributo positivo al Prodotto interno lordo italiano in una fase in cui consumi e investimenti crollano, ma è in realtà realizzata “al ribasso”, più legata al crollo delle importazioni che non alla crescita del nostro export. Gli acquisti italiani dall’estero cedono infatti nel mese l’8,2%, spingendo il calo da inizio anno al 5,6%, con pesanti effetti recessivi su altre economie continentali, Germania in primis.

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