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A Piazza Affari tensione sul settore bancario

Le parole di Mario Draghi, che al direttivo Bce di settimana scorsa ha aperto alla possibilità di rivedere in senso espansivo le misure di stimolo monetario, hanno impresso una decisa inversione di rotta ai mercati la scorsa settimana. E così le Borse mondiali, che mercoledì 20 avevano toccato il loro minimo da inizio anno, tra giovedì e venerdì hanno messo a segno uno spettacolo recupero. In Europa (+4,99% lo Stoxx 600) e nel resto del mondo (+3% l’indice Msci World). Un exploit che tuttavia ha registrato una battuta d’arresto ieri.
Tutte le asset class che avevano sofferto nelle ultime settimane e che, dopo le parole di Draghi, avevano registrato importanti rimbalzi, ieri sono state bersaglio preferito dei ribassisti. Tra queste non sono mancate le azioni delle banche italiane. L’indice settoriale Ftse Italia Banche, dopo essere sprofondato del 20% (26 miliardi di capitalizzazione persa) nei primi 20 giorni del mese e dopo aver messo a segno uno spettacolare balzo del 7% tra giovedì e venerdì, ieri è tornato sotto pressione. Il ribasso del 3,99% registrato a fine seduta dall’indice settoriale ha pesato molto sulla performance dell’intero listino milanese Ftse Mib. Il paniere delle società a maggior capitalizzazione della Borsa di Milano ieri ha aperto gli scambi in positivo per poi scivolare in negativo dopo la prima mezzora di scambi. Un rosso che è andato ampliandosi con il passare delle ore. E in particolare dopo l’avvio negativo di contrattazioni a Wall Street quando la perdita del listino ha superato il 2%, soglia su cui si è mantenuto anche a fine giornata.
La ragione per cui gli investitori continuano a vendere è la stessa di una settimana fa: l’incertezza sulla soluzione dell’annoso problema dei crediti deteriorati. Una partita in cui Unione europea e Governo proseguono il loro confronto ma su cui non si intravede una soluzione chiara e definitiva. In attesa di avere lumi i ribassisti, che la scorsa settimana avevano colpito soprattutto le azioni degli istituti di credito più gravemente penalizzati dal problema sofferenze (Mps e Carige), ieri hanno puntato ad un bersaglio ben più consistente: Unicredit. Le azioni della seconda banca per capitalizzazione ieri hanno chiuso gli scambi in calo del 6,41% dopo essere state più volte sospese per eccesso di ribasso. Non è andata troppo bene neppure ai titoli di Bpm (-6,7%), Banco Popolare (-7,09%) mentre ancora una volta ha perso meno della media il titolo Intesa Sanpaolo (-3,23%). Il saldo finale, come accennato, è stato negativo per il 2,03% per l’indice Ftse Mib. La piazza di Milano si è contesa con quella di Madrid (-1,78% a causa dello stallo sulla formazione del nuovo governo) il primato negativo in Europa in una giornata in cui Parigi ha perso lo 0,58%, Francoforte lo 0,29% e Londra lo 0,39 per cento.
Nel resto dei mercati a dominare è stato ancora una volta il tema delle materie prime e del petrolio in particolare. Il prezzo del greggio, protagonista di uno spettacolare rimbalzo (+14,5% tra giovedì e venerdì) ieri è tornato a scendere. Un po’ perché evidentemente una parte del mercato ha voluto subito monetizzare la performance delle ultime due sedute della scorsa settimana, e un po’ perché le ragioni per vendere nero restano ancora tutte in piedi. A partire dai fondamentali di domanda e offerta in cui gli squilibri restano immutati come ha ricordato la scorsa settimana l’Opec, il cartello dei Paesi produttori. Non stupisce che, dopo il comparto bancario (-2,92% la performance dell’indice Stoxx europeo di settore), a perdere di più siano stati ancora una volta i settori minerario e petrolifero, entrambi in calo dell’1,29% a fine seduta.
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