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A Mediaset va in onda lo sciopero “Cedono le sedi per poter licenziare”

MILANO — A Mediaset va in onda lo sciopero. Quattro ore già oggi, alla fine di ogni turno, in tutte le sedi e le società del gruppo. Più altre quattro da definire. Politicamente fa meno male ora che il patron Silvio Berlusconi non è più presidente del Consiglio. Ma dal punto di vista industriale il segnale è pessimo e certifica una volta di più quanto la recessione stia colpendo la prima (e quasi unica) tv commerciale del paese, dal crollo del titolo in Borsa ai minimi storici al calo della raccolta pubblicità. Fino alle difficoltà del progetto Mediaset Premium, tuttora in perdita e il cui break even è stata più volte spostato e ora fissato al 2014.
Ma questa volta a farne le spese sono anche i lavoratori. A costringere i sindacati a dichiarare lo sciopero è stata l’ultima mossa che fa parte delle più ampie manovre per il taglio dei costi, risparmi che dovranno raggiungere la cifra di 400 milioni nei prossimi tre anni, secondo la revisione trapelata pochi giorni fa, in crescita ai 250 milioni annunciati a fine anno. Si tratta dell’esternalizzazione delle sedi locali di Videotime: dieci dei dodici centri di produzione del gruppo (in pratica tutti con l’eccezione di Milano e Roma) verranno ceduti come ramo d’azienda a una società che fa capo all’ex manager Renato Pizzamiglio. Un dirigente che dopo 15 anni di lavoro a Mediaset ha fondato la Edb (European Broadcasting Development), società fornisce servizi grafici e contenuti computerizzati sia per Sky che per la stessa Mediaset. E che, guarda caso, ha sede proprio a Cologno Monzese.
Del pacchetto fanno parte anche 74 lavoratori degli oltre mille in carico a Videotime. Un numero limitato, si dirà. Ma non la pensa così Cgil, Cisl e Uil. Per due motivi. Il primo riguarda le competenze che vengono perdute: «Si tratta di uomini e donne – si legge nel comunicato dello sciopero che da 30 anni, svolgendo con professionalità il proprio lavoro, hanno contribuito al raggiungimento degli ottimi risultati che Mediaset sino ad oggi ha conseguito ». In sostanza, si tratta dei dipendenti che lavorano presso i centri di ripresa e montaggio, che servono principalmente i telegiornali e i programmi di approfondimento. E che ora continueranno a farlo, ma lavorando per un’altra società. «Non è certo un buon esempio per l’imprenditoria italiana – polemizzano i sindacati – soprattutto perché arriva da chi si è sempre vantato di sviluppare strategia virtuose nei confronti dell’occupazione e delle relazioni con i propri dipendenti ».
Il secondo motivo di allarme per i lavoratori riguarda il futuro. Nell’incontro che i rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil hanno avuto con la direzione è stato detto che «non si tratta dell’unica operazione che l’azienda vuole attuare ». Così, come a ben guardare, non è nemmeno la prima. Già
due anni fa le sezioni di truccatori e parrucchieri di Videotime di Roma e Milano (56 dipendenti) erano state esternalizzate verso la società Pragma service.
Ma a rendere ancora più grave la situazione – a detta degli analisti del settore – è il senso di una cessione che ha tutta l’aria di una resa sul fronte della produzione di contenuti e che rischia di fare delle reti Mediaset una televisione sempre più destinata a un pubblico anziano. Ma il taglio dei costi è diventato un imperativo. Tutta colpa della crisi e del calo della pubblicità, che nei primi tre mesi del 2012 ha fatto crollare gli utili del gruppo a 10 milioni, contro i 68 dello steso periodo un anno fa. E con un risultato operativo sceso da 136 a 39 milioni. Un calo
su cui pesa anche la Spagna, il grande malato d’Europa, dove Mediaset controlla un terzo del mercato televisivo privato attraverso Telecinco.
Una caduta – fanno notare i maligni – iniziata all’indomani dell’addio di Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi, visto che l’inversione di tendenza degli spot è iniziata nell’ultimo trimestre del 2011, in coincidenza con le dimissioni dal governo (8 novembre), quando il meno 8 per cento della raccolta pubblicitaria (contro il meno 7 per cento dei rivali) suonò come un pericoloso campanello d’allarme. Tendenza confermata nei primi mesi del 2012. E ci vorrà ben di più del ritorno delle partite di Champions League su Italia1 e Canale5, annunciato ieri, per recuperare la redditività perduta.

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