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«A luglio la riforma della giustizia»

La riforma della giustizia entra a pieno titolo nel pacchetto di riforme a cui sta lavorando Matteo Renzi in vista del discorso programmatico che sarà tenuto in Senato con ogni probabilità lunedì, dopo il giuramento con la squadra di ministri al Quirinale previsto per sabato. Lo annuncia lo stesso premier incaricato al termine delle consultazioni nella sala del Cavaliere a Montecitorio, consultazioni che ieri hanno visto i due momenti importanti con Silvio Berlusconi e la delegazione di Forza Italia, e poi in diretta streaming con Beppe Grillo e la delegazione del M5S e si sono concluse con l’incontro con i capigruppo del Pd Roberto Speranza e Luigi Zanda.
«Avrò un documento programmatico che sia il più concreto possibile, capace di avvicinarci al semestre europeo con una serie di riforme concrete, dai tagli dei costi della politica alle riforme istituzionali, con i temi già elencati per marzo, aprile e giugno (lavoro, riforma della Pa e fisco, ndr), per poi affrontare a luglio i problemi della giustizia». Un nodo, quello della giustizia, avanzato sia dal Nuovo centrodestra di Angelino Alfano sia dal Cavaliere. E non da ieri. Ma non c’è alcuna relazione tra l’annuncio che il nuovo governo si occuperà anche di giustizia e il lungo incontro con Berlusconi e i capigruppo di Fi, assicura Renzi: «Il tema della giustizia è anche le opere pubbliche bloccate al Tar, i problemi dei cittadini con l’amministrazione giudiziaria, la giustizia civile e non solamente quella penale». Quanto alla giustizia penale, è noto che Renzi vuole rivedere l’istituto della custodia cautelare. E anche sulla questione della responsabilità dei magistrati nei mesi scorsi il leader Pd ha fatto delle aperture.
In ogni caso l’incontro con Berlusconi – che ha ribadito il pieno appoggio, anche se dall’opposizione, al piano di riforme – ha confermato che la casella Giustizia nel costituendo esecutivo è fondamentale, così come il Cavaliere chiede garanzie sulla delega alle Comunicazioni non facendo mistero che gradirebbe la conferma di Antonio Catricalà. Ed ecco che per Via Arenula continua a farsi il nome della presidente del Tribunale di Milano Livia Pomodoro così come quello del vicepresidente del Csm Michele Vietti, mentre si pensa anche al democratico Andrea Orlando (ministro uscente dell’Ambiente): pur essendo della sinistra Pd è considerato un garantista. Quanto all’Italicum, è uscito senz’altro blindato dalle consultazioni di ieri con il Cavaliere. «Non ci sono possibilità di cambiamenti sulla legge elettorale», ha chiarito lo stesso Berlusconi nel suo punto stampa dopo l’incontro con Renzi. Piuttosto, avanza l’ipotesi del cosiddetto lodo Lauricella (si veda il Sole 24 Ore di ieri): chiesto dai partiti della maggioranza – Ncd, Scelta civica e Popolari –, prevede di legare l’entrata in vigore della nuova legge elettorale alla riforma costituzionale che abolisce il Senato. Un modo per avere la garanzia di lunga durata di legislatura. Eppure la versione del lodo sulla quale ieri si sono trovati d’accordo Renzi e Berlusconi prevede una variante di non poco conto (lodo Pisicchio) che ha mandato su tutte le furie gli alfaniani: l’entrata in vigore della nuova legge elettorale sarebbe sì legata alla riforma del Senato, ma con la clausola che se la riforma non dovesse essere approvata entro un anno la legge elettorale entrerebbe comunque in vigore. Per gli alfaniani, insospettiti dal rinnovato asse Renzi–Berlusconi e dalla possibilità che Fi giunga in soccorso del governo su alcuni punti cruciali, è la prova che non si vuole arrivare davvero al 2018. Ad Alfano non è neanche piaciuto l’annullamento del vertice di maggioranza da lui annunciato e subito bocciato dal leader del Pd con una battuta («io sono allergico ai vertici»). In ogni caso i due si sono sentiti anche ieri e, al netto delle fibrillazioni dovute al ruolo del Cavaliere, l’accordo è in sostanza già siglato al di là dei tavoli di maggioranza (ce ne sarà probabilmente uno stamane, ma senza Renzi).
Per Renzi questo è senz’altro il momento più delicato. E al centro c’è il nodo del ministero dell’Economia (si veda l’articolo nella pagina accanto). Prima di lasciare la Camera per due incontri decisivi – con il governatore di Bankitalia Ignazio Visco e con Giorgio Napolitano, sempre accompagnato da Graziano Delrio – Renzi ha avuto in diretta streaming la conferma del netto rifiuto alla collaborazione da parte di Beppe Grillo. Un confronto poi definito «non serio» in cui il leader del Pd è riuscito appena a prendere la parola, sommerso dal monologo dell’avversario. «Se ero solo il segretario del Pd gli saltavo sul tavolo, ma da premier incaricato dovevo stare sereno, e ci sono riuscito», è il commento di Renzi prima degli incontri con Visco e il Capo dello Stato. A fine giornata, dopo ben due ore e mezza al Quirinale, tra le due ipotesi in campo per via XX Settembre – la soluzione politica (lo stesso Delrio) e tecnica (Guido Tabellini o Pier Carlo Padoan) – il pendolo tornava ad oscillare con forza verso la soluzione tecnica.
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