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A Dublino segni di ripresa dopo la terapia intensiva

Il paziente irlandese è sulla via della guarigione: ha seguito alla lettera le prescrizioni dei medici di Fmi, Ue e Bce e dopo una terapia intensiva di due anni è tornato sui mercati obbligazionari. Tanto da meritarsi gli elogi del più inflessibile degli arbitri, il presidente della Bce, Mario Draghi. Il malato portoghese sta proseguendo la cura, ma dovrà faticare ancora un po’. Così, mentre la Grecia lotta contro il tempo per varare nuove misure di austerità in cambio di una nuova tranche di aiuti internazionali e la Spagna non ha ancora sciolto il dubbio amletico sulla richiesta dello scudo anti-spread, nella Zona euro c’è chi prova a risollevare la testa.
La riscossa della “tigre celtica” è arrivata il 5 luglio scorso, quando Dublino è tornata a rifinanziarsi sul mercato dei capitali collocando tutti i 500 milioni di euro di titoli a tre mesi, con una domanda che ha superato di 2,8 volte l’offerta. Un appuntamento simbolico che ha segnato la svolta. La crisi qui è esplosa nel 2009 con il salvataggio delle principali banche del Paese che ha fatto schizzare il deficit oltre 30% nel 2010. A catena sono seguite una forte crisi di liquidità e lo scoppio della bolla immobiliare. Nel dicembre 2010 è stato aperto il paracadute da 85 miliardi di euro da Ue (attraverso l’Efsf, il fondo salva-Stati) e Fmi, oltre a prestiti bilaterali con Gran Bretagna, Svezia e Danimarca.
«Al di là delle differenze di taglia e della flessibilità che contraddistingue l’economia irlandese – sottolinea l’economista del Ceps di Bruxelles Cinzia Alcidi – la situazione di Dublino e Madrid presenta in entrambi i casi un sistema creditizio malato combinato a una bolla immobiliare. Per la prima l’aggiustamento è stato molto doloroso in seguito a una terapia shock. La Spagna, invece, ha scelto una cura più lunga e meno dolorosa».
A Dublino la medicina è stata una riduzione della spesa pubblica per abbattere il deficit, che ha sfiorato il 14% nel 2009 e nel 2012, secondo stime del Fmi, dovrebbe attestarsi all’8,3 per cento. «Il caso irlandese – spiega Fabio Fois, economista di Barclays – mostra che se un Paese attua alla lettera la ricetta prescritta risulta credibile e il mercato apprezza. È opportuno comunque che i programmi di salvataggio vengano studiati e ritagliati su misura per curare davvero le debolezze strutturali senza che i punti di forza di un’economia vengano intaccati. Nel caso dell’Irlanda, per esempio, il piano di aiuti ha avuto il merito di preservare la competitività del Paese salvando il gioiello di famiglia, ovvero il corportate tax rate del 12,5%». Gli sforzi sono stati riconosciuti anche dal Fmi nella settima revisione del programma all’inizio di settembre, che ha portato allo sblocco di una nuova tranche da 920 milioni di euro. Dublino ha centrato gli obiettivi finora prefissati, ma – sottolinea il Fondo – «la ripresa economica è ancora timida e la disoccupazione resta alta: oltre il 14% quest’anno».
Il Portogallo, invece, continua a lottare. La crisi finanziaria del 2008 ha messo in luce la fragilità della sua economia. La cartella clinica era un lungo elenco di mali da curare: mancanza di competitività, crescita stagnante, mercato del lavoro rigido, dipendenza energetica, forte dipendenza dal canale estero che ha costretto Lisbona al più severo piano di tagli della spesa pubblica dal 1974 per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2015. La trojka ha apprezzato la buona volontà e ha concesso un anno in più al governo, fino al 2014, per riportare il disavanzo sotto il 3% del Pil come previsto dal Patto di stabilità Ue. «Il programma è in linea con quanto concordato – osserva Benedicta Marzinotto, economista del think tank Bruegel –: le varie misure volte a valorizzare il canale di crescita offerto dalle esportazioni (in sostituzione della domanda interna) sono valide in linea di principio, come la riduzione dei contributi pagati dai datori di lavoro (a danno però dei lavoratori salariati che invece pagano di più) che contribuisce ad accrescere la competitività di prezzo. Tuttavia la minore domanda interna genera minori entrate fiscali. C’è quindi una forte componente ciclica che spiega l’andamento di deficit e debito pubblici e la proroga di un anno nella correzione del deficit si muove nella giusta direzione». Per poter tornare sul mercato, come previsto, «nel corso del 2013», avverte però il terzetto, occorre maggiore determinazione nell’attuazione delle riforme strutturali.
Non tutti i pazienti, però, accettano la cura. È il caso dell’Ungheria, che nel maggio 2010 ha interrotto i negoziati con il Fmi. Due settimane fa, però, il premier Viktor Orban è ritornato sui propri passi e ha chiesto un prestito precauzionale di 15 miliardi, dettando le proprie condizioni.
«Il Paese – conclude Alcidi – ha il più alto debito pubblico dell’Est Europa e necessita un cambio di rotta con il sostegno del Fmi. Se l’incertezza politica persiste è a rischio la permanenza del Paese sul mercato».

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