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Le rettifiche degli Npl al 130% dei ricavi

E fanno quattro, quattro miliardi di euro tondi tondi. Da quando si è cominciato a scoperchiare il Vaso di Pandora della Popolare di Vicenza il rosso di bilancio non ha fatto che accumularsi. Dai 750 milioni di perdite di fine 2014 si è passati a 1,4 miliardi nel 2015 fino a 1,9 miliardi di passivo del 2016. E questo il conto della crisi e della malagestio dell’istituto veneto. Come un pozzo senza fondo. Ogni anno che passa viene di fatto vanificata ogni iniezione di capitale come in una spirale senza fine. Il miliardo e mezzo che Atlante ha speso per Vicenza se ne è andato in fumo in un solo esercizio. Per non parlare degli aumenti di capitale passati, anch’essi erosi dalle perdite successive. Il conto in rosso però rischia di non finire qui. Solo le svalutazioni sui crediti malati si portano via, ormai dal 2015 il 130% di tutti i ricavi della ex popolare. Inevitabili le perdite solo con l’operazione di pulizia. O si aumentano i ricavi (in realtà in caduta libera con un -31% solo nel 2016) o si fanno meno rettifiche sulle sofferenze. Ma nessuna delle due opzioni è nell’immediato futuro praticabile. La crisi di fiducia è stata tale che difficilmente i ricavi torneranno a crescere al punto tale da compensare le svalutazioni di sofferenze e incagli. E sul fronte delle rettifiche la strada è altrettano preclusa. Basti pensare che a fine del 2016 l’intero aggregato dei crediti deteriorati netti era di 5 miliardi, ben oltre 2 volte il valore del capitale. In queste condizioni ovvio che la partita della metabolizzazione degli Npl continuerà a produrre anche nel 2017 e oltre una mole ragguardevole di rettifiche che finiranno per erodere i ricavi e consegneranno la Vicenza a nuove presumibili perdite. Come si vede una sorta di elastico senza tregua. Si mette a posto il patrimonio con nuove iniezioni di denaro per vederselo sparire già nell’esercizio in corso. Basti questo a non rassicurare nessuno in questa fase. Tanto più che gli azionisti di Atlante, dalla Cdp alle banche alle Fondazioni, queste cose le sanno molto bene e si chiedono, non a torto, se convenga ancora mettere denaro per Vicenza e Veneto sapendo che in buona parte verrà perso. L’intervento pubblico a questo punto è davvero l’unica via d’uscita. Resta sullo sfondo e rimane una riflessione amara quanto il percorso di distruzione della banca sotto la gestione Zonin sia stato tanto devastante quanto sottostimato da chi aveva poteri e strumenti per intervenire. Basti quel fenomeno dei finanziamenti “baciati” a dare l’idea del circolo vizioso. La Vicenza era una delle poche banche che vedeva gli impieghi crescere nonostante il generalizzato credit crunch. Dal 2009 al 2013 erano saliti del 20%. Tanta magnanimità doveva apparire sospetta da allora. Anche perchè era accompagnata dall’acquisto di azioni della banca spesso in misura di uno a dieci. Ogni cento euro di fido, 10 finivano a comprare azioni. Più crediti davi, più ti capitalizzavi ed era questo il vero intento. Peccato che se eroghi il credito pensando a vendere le tue azioni, rischi di sottostimare la bontà del debitore. Ritrovarsi tuttora con 5 miliardi di sofferenze e incagli e la banca che chiede aiuto allo Stato è solo l’epilogo amarissimo di una gestione dissennata protrattasi troppo a lungo.

Fabio Pavesi

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