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May: lasciamo la Ue, non l’Europa. Ecco la lettera d’addio, via alla Brexit

Ironia della storia, la lettera per la Brexit ha viaggiato sull’Eurostar. Martedì sera un membro del governo l’ha presa in consegna a Downing Street e ieri mattina è salito a bordo del treno alla stazione di King’s Cross con la missiva in tasca. Superato il tunnel sotto la Manica, il plico è giunto a Bruxelles ed è stato affidato all’ambasciatore britannico presso la Ue, Sir Tim Barrow, che lo ha rimesso direttamente nelle mani del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. Il divorzio della Gran Bretagna dall’Unione è scattato in quell’istante.

Contemporaneamente, la prima ministra Theresa May ha preso la parola alla Camera dei Comuni per annunciare «un momento storico rispetto al quale non ci può essere marcia indietro». Ma il tono del suo discorso, così come il contenuto della lettera, sono stati fra i più concilianti e costruttivi usati finora nei confronti degli (ex)partner. Come aveva fatto il giorno prima, la premier ha insistito sull’obiettivo di raggiungere una «partnership profonda e speciale» con la Ue. E sottolineando che la Gran Bretagna esce dalle istituzione della Ue, ma non dall’Europa, ha evocato «i valori liberali e democratici dell’Europa, di cui il mondo ha bisogno più che mai». Sopportando, a questo passaggio, boati e risate di scherno dai banchi dell’opposizione.

Theresa May ha rassicurato nella lettera che la Brexit «non è un tentativo di danneggiare l’Unione Europea. Al contrario, il Regno Unito vuole una Unione Europea prospera e di successo». Ha riconosciuto che Londra dovrà pagare un prezzo per l’uscita, e in una successiva intervista serale alla Bbc non ha voluto smentire che il suo governo è pronto a ottemperare agli obblighi finanziari verso Bruxelles.

Altro ramoscello d’ulivo, l’ammissione che l’immigrazione dall’Unione Europea non potrà essere ridotta drasticamente e che i diritti dei cittadini comunitari residenti nel Regno Unito saranno una delle priorità da affrontare subito. Infine, il riconoscimento della necessità di una fase di transizione dopo il divorzio.

Ma se l’auspicio è che il processo di separazione, che durerà due anni, si svolga in maniera morbida e ordinata, la lettera a Bruxelles conteneva anche per la prima volta una velata minaccia: e cioè che le questioni economiche non possono essere separate da quelle sulla sicurezza e che quindi un fallimento delle trattative comporterebbe un peggioramento della cooperazione militare e di intelligence, con ricadute negative, per esempio, nella lotta al terrorismo.

Il portavoce di Downing Street, sollecitato nel pomeriggio dai giornalisti stranieri, ha negato che ci fosse l’ombra del ricatto, affermando che si trattava di una semplice constatazione di fatto. Ma sicuramente quel passaggio rischia di risultare il più indigesto per i partner europei.

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