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I 97 giganti (con Apple e Google) che sfidano Trump in tribunale

«Non conosco nessun repubblicano a Washington che, parlando in privato, non giudichi l’ordine di Trump che blocca l’immigrazione negli Usa da sette Paesi un disastro» scrive Peggy Noonan, celebre columnist conservatrice del Wall Street Journal , secondo la quale «un presidente che confonde l’audacia con l’aggressione, che non si rende conto che prudenza non è sinonimo di debolezza» alimenta un’onda ostile alla sua presidenza che va ben oltre il partito democratico.

Dalla sanità alla Russia, in due settimane Trump ha aperto molti fronti, ma quello dell’immigrazione e dei rifugiati è il più dirompente per le reazioni planetarie — a Londra ieri lo Speaker dei Comuni John Bercow ha messo il veto a un intervento di Trump al Parlamento di Westminster, quando andrà in visita ufficiale in Gran Bretagna — e per la reazione della magistratura che ha bloccato l’applicazione dell’ordine esecutivo.

Il ministero della Giustizia ha fatto ricorso alla Corte d’Appello del Nono Circuito, quella con sede a San Francisco (competente per territorio), nel tentativo di ottenere la revoca dell’ordine di James Robart, il giudice federale di Seattle che ha bloccato la messa al bando degli immigrati da 7 Paesi musulmani (Iran, Iraq, Libia, Yemen, Somalia, Siria, Sudan). Respinta la richiesta di un intervento urgente, la Corte potrebbe pronunciarsi oggi sul caso. Un caso, probabilmente deciso a finire davanti alla Corte Suprema, essenziale per la tenuta del traballante sistema di garanzie democratiche dei «checks and balances»: pesi e contrappesi poco rispettati da Trump visto che ha attaccato il potere giudiziario prima definendo «cosiddetto giudice» il magistrato che lo contrasta, poi accusando le Corti di mettere in pericolo la sicurezza dell’America: le considererà responsabili di eventuali attentati.

Magari Trump la spunterà sull’ordinanza di Seattle, ma intanto è nato un imponente fronte economico, politico e giuridico contro di lui destinato a creargli grossi problemi. Mettendo insieme rivalità e interessi divergenti, 97 aziende tecnologiche sono scese in campo compatte contro una misura che ostacola l’assunzione di «cervelli» stranieri, linfa vitale della loro attività. Tutti i big — da Apple a Facebook, da Google a Microsoft — hanno firmato una petizione a supporto della causa all’esame dei giudici di San Francisco: il decreto Trump danneggia loro e tutta l’economia americana, visto che 200 delle 500 maggiori imprese Usa sono state fondate da immigrati o dai loro figli. Tra i firmatari mancano solo due big: Amazon che non compare perché è già chiamata in causa nel ricorso iniziale che ha portato all’intervento del giudice Robart, e Tesla di Elon Musk che non vuole rompere con Trump.

Sul piano politico, che la messa al bando sia essenziale per la sicurezza dell’America viene contestato dalla dichiarazione firmata da dieci ex segretari di Stato ed ex capi dei servizi segreti, tra i quali repubblicani come Condoleezza Rice e due ex capi della Cia, Michael Hayden e Michael Morell. Quanto, infine, al fronte giudiziario, i ricorsi che sfidano Trump sono ormai numerosi: ci saranno comunque lunghe battaglie e la prospettiva di finire davanti alla Corte Suprema alza, in Congresso, la temperatura del confronto sulla conferma del nuovo giudice Neil Gorsuch, appena designato dal presidente.

Massimo Gaggi

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