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Le banche spingono il recupero di Milano

Le banche rialzano la testa dopo una serie di settimane difficili. I titoli del settore a Piazza Affari hanno messo a segno un rialzo medio del 4,15%, riducendo così al 2,3% il passivo accumulato da inizio anno. A livello continentale il rialzo dell’ultima seduta è stato del 3% così da poter esibire un guadagno “year to date” del 2,8%.
Seppur l’Europa sia ancora lontana da uno scenario di rialzo dei tassi (a differenza degli Usa che a metà marzo dovrebbero attuare la terza stretta degli ultimi 14 mesi) tra gli investitori inizia a rafforzarsi l’idea che il “quantitative easing” della Bce non potrà durare all’infinito. Dopodiché, passata magari una fase di transizione, l’istituto di Francoforte potrebbe avviare un percorso di normalizzazione dei tassi, in scia a quanto stanno facendo gli Usa. Uno scenario gradito al comparto del credito, che in caso di rialzo dei tassi potrebbe veder aumentare i margini dell’attività tradizionale (prestiti a famiglie e imprese). Va però anche detto che attualmente i future sull’indice Euribor a 3 mesi – uno degli indici interbancari indirettamente collegato anche al tasso di riferimento della Bce che esprime il costo del denaro nell’Eurozona – indicano che i tassi saliranno sì, ma molto lentamente. L’Euribor (oggi a -0,3%) tornerà positivo (0,1%) solo nel 2020 per attestarsi allo 0,68% a fine 2022.
A sostenere la performance di Piazza Affari ieri sono state proprio le banche: la Popolare di Sondrio è cresciuta del 7% netto finale, Ubi del 5,6%, UniCredit del 4,2%, Intesa Sanpaolo (alleviata anche dalla prospettiva di non lanciarsi più nell’operazione di aggregazione con Generali) e Banco-Bpm del 4,1%. Controcorrente Carige, che ha ceduto il 4,6% all’indomani del piano che prevede un aumento di capitale fino a 450 milioni e lo scorporo dei crediti deteriorati in un veicolo a parte, mentre le “risparmio” hanno chiuso in aumento del 7% a un prezzo 67,5 euro.
I titoli del comparto hanno ignorato (almeno per un giorno) le parole del Commissario europeo agli Affari economici e finanziari, Pierre Moscovici, secondo cui il sistema bancario italiano è «percepito come relativamente vulnerabile, le sofferenze gravano sulla contabilità bancaria, i requisiti patrimoniali contribuiscono a questa debolezza».
Intanto l’Eurozona continua ad essere divisa sulle modalità con cui affrontare la crisi del sistema bancario (oltre 1.000 euro di crediti deteriorati a livello europeo, senza dimenticare l’elevato ammontare di titoli tossici catalogati a bilancio nella sezione “level 3” che riguardano in particolare le banche tedesche). Ieri Jens Weidmann, presidente della Bundesbank e consigliere della Bce, ha ribadito il suo no a una garanzia comune sui depositi. Il progetto di uno schema comune di garanzia sui depositi bancari (Edis) «non sarebbe la giusta risposta istituzionale al momento per riequilibrare il rapporto tra responsabilità e controllo nell’area dell’euro».
Se poi si estende il confronto tra banche europee e banche statunitensi, al momento non c’è partita. Dal 2007 – anno in cui è scoppiata negli Usa la bolla dei derivati subprime che ha contagiato poi anche il sistema bancario europeo – i titoli bancari statunitensi hanno quasi azzerato le perdite (sono in rosso del 5% ma a fine 2011 perdevano oltre l’80%) mentre le banche europee sono ancora sotto, in termini di capitalizzazione, del 75%. Rispetto ad allora le italiane valgono in Borsa l’83% in meno.

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