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Bond europei ancora sotto pressione

I titoli periferici tentano il recupero ma poi ricominciano le vendite: spread a 201 punti – Borse deboli
Dopo una giornata ad alta tensione come quella di lunedì ieri sembrava che sui titoli governativi dell’Eurozona ci fosse lo spazio per un recupero. Così è stato ma solo per poche ore. Il rendimento del BTp, dopo essere sceso fino al 2,31% nel corso della seduta, è tornato a salire nel finale di seduta per chiudere a quota 2,38% sui massimi da luglio 2015. Stesse oscillazioni per lo spread Italia-Germania BTp e Bund che ha chiuso a quota 201 punti dopo aver toccato nel corso della seduta un nuovo massimo da febbraio 2014 a 203 punti base. Forti oscillazioni si sono viste poi su rendimenti e spread della Francia che continua a pagare l’incertezza del mercato in vista del delicato test elettorale. Il differenziale di rendimento tra i Bund tedeschi e glo Oat francesi ha superato ieri quota 78. Nuovo record da settembre 2012. Una fiammata che si è registrata nei primi minuti di contrattazione e che è si è ridotta di solo un paio di punti nel finale di seduta. I credit default swap a 5 sul debito francese (derivati che funzionano come polizze di assicurazione contro il rischio di insolvenza del Paese) viaggiano a 49 punti base. Sui massimi dal post-Brexit.
I tassi di interesse dei titoli di Stato dell’Eurozona in questi anni sono scesi ai minimi storici grazie al programma di stimoli monetari (Quantitative easing). Benché si sia arrivati al paradosso di avere tassi negativi (bond che costano una commissione a chi li detiene invece che dare interessi) in questi anni chi ha scommesso sui titoli «sovereign» dell’area euro ci ha guadagnato bene perché il prezzo (che ha un andamento inversamente proporzionale al tasso) è salito in media dell’31% nell’ultimo quinquennio. Questo trend si è bruscamente invertito negli ultimi mesi del 2016 e in queste prime settimane del 2017. Da inizio anno infatti l’indice iBoxx dei governativi dell’area euro ha perso circa il 2,62 per cento. È dall’introduzione dell’euro che i governativi dell’eurozona non registravano ritorni tanto deludenti per gli investitori. Meglio è andata ai titoli di Stato Usa che, dopo i forti storni di novembre e dicembre innescati dalla vittoria di Trump e dal rialzo dei tassi Fed, hanno recuperato circa mezzo punto percentuale.
Il mercato si è tornato a riposizionare sull’obbligazionario Usa preferendolo all’Eurozona. L’indicatore che meglio fotografa questo orientamento del mercato è il differenziale di rendimento tra due titoli di riferimento (benchmark) del mercato: il Bund tedesco e il Tbond americano. Lo spread tra questi due titoli, che a dicembre aveva toccato un record di 235 punti si è fortemente ridimensionato tornando in queste ultime sedute poco sopra quota 200.
Questo è avvenuto, in parte per l’incertezza elettorale e il ritorno del rischio euro (non solo la Francia ma anche la Grecia è tornata a far paura) e in parte perché il mercato ha ribilanciato le proprie aspettative sulle strategie di politica monetaria tra le due sponde dell’Atlantico. Se fino a qualche settimana fa gli investitori si erano tarati su un quadro di chiara divergenza tra una Fed orientata alla stretta sui tassi e una Bce impegnata ancora molto nella sua azione di stimolo monetario, oggi l’orizzone appare meno definito. Quella che fino a non molto tempo fa veniva considerata una minaccia per l’Eurozona, ossia la deflazione, è improvvisamente sparita dai radar e l’indice dei prezzi al consumo nell’area è tornato a gennaio all’1,8 per cento. Per la prima volta da febbraio 2013 su livelli considerati ottimali per lo statuto della Bce. Questo e altri dati macro usciti in queste settimane indicano un chiaro miglioramento dell’economia dell’Eurozona (seppur a macchia di leopardo) e ciò ha alimentato forti scommesse sulla fine anticipata del Qe. Per contro il mercato ha iniziato a credere che la Fed, che sulla carta dovrebbe alzare i tassi tre volte quest’anno, possa prediligere un approccio più prudente. Anche per evitare un eccessivo rafforzamento del dollaro che rischierebbe di minare la ripresa. La valuta Usa, che da inizio anno ha perso il 2,38%, ieri ha comunque ripreso quota dopo le dichiarazioni del presidente della Fed di Philadelphia Patrick Harker che ha sorpreso il mercato dicendo di non escludere un rialzo dei tassi a marzo.

Andrea Franceschi

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