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Aumento Mps, via libera della Bce

Tre notizie positive hanno accompagnato ieri il Monte dei Paschi nella vigilia dell’assemblea più importante della sua storia che si apre questa mattina a Siena, quella per la sopravvivenza della banca più antica del mondo.

Fino all’ultimo il quorum è stato incerto anche perché molti azionisti nel frattempo si sono allontanati, come la stessa fondazione MPS che pochi giorni fa è scesa dall’1,5 allo 0,8%. Ma ieri a Rocca Salimbeni era dato per scontato che il 20% del capitale necessario fosse già stato raggiunto. I soci sono chiamati ad eleggere come nuovo presidente Alessandro Falciai al posto del dimissionario Massimo Tononi ma soprattutto a votare un aumento da 5 miliardi di euro senza diritto di opzione che di fatto li azzera. Come ristoro, verrà loro concessa una parte della cartolarizzazione di tutti crediti in sofferenza, la tranche junior (la più rischiosa), stimata dalla banca 427 milioni, anche se nominalmente è pari a 1,6 miliardi. Meno degli 650 milioni che oggi Mps capitalizza in Borsa.

Le altre due notizie sono altrettanto importanti. La Banca centrale europea — che ha in corso a Siena un’ispezione sui crediti che dovrebbe terminare nella prima metà del 2017 — ha dato il via libera all’intera operazione di salvataggio orchestrata da Jp Morgan e da Mediobanca. E sempre ieri Mps ha di fatto incassato un determinante «sì» alla conversione dei bond in azioni dal singolo maggiore obbligazionista della banca: Generali, che ha in pancia 400 milioni di titoli subordinati.

Ha detto il «chief executive officer» del Leone, Philippe Donnet: «Non possiamo fare allo stesso tempo una conversione dei bond e Atlante 2», cioè versare un contributo di 200 milioni al fondo che dovrà comprare un’altra tranche della cartolarizzazione Mps per 1,6 miliardi. «La conversione ha più valore», ha specificato il top manager, «per noi la priorità è Monte Paschi». Se convertisse tutti i bond, Generali diventerebbe azionista di Mps per circa l’8% e di fatto sarebbe seconda solo all’investitore stabile («anchor investor») che deve ancora però palesarsi: dovrebbe essere il fondo sovrano del Qatar, Qia, con un investimento da 1 miliardo, pari al 20% della banca. Dal fronte del ceo, Marco Morelli, non si sbilanciano ma in banca viene data per probabile una conversione di bond molto superiore a quell’importo minimo di 1,043 miliardi indicato ieri nelle integrazioni di informazioni chieste dalla Consob. Le stime più ottimistiche parlano di oltre 1,5 miliardi.

Naturalmente l’operazione è tutt’altro che fatta: molto dipenderà dal referendum. La vittoria del «no» potrebbe provocare una turbolenza su mercati tale da far svanire il consorzio di garanzia o da scoraggiare l’investitore stabile. Tuttavia — ha specificato ieri la banca — non esiste un piano B. Anche se è evidente a tutti i protagonisti dell’operazione che la banca, in caso di fallimento dell’aumento, non potrà finire in bail in ma si dovrà trovare una qualche forma di intervento, anche pubblico. È un’incertezza che sui mercati si riflette anche sulla spread, salito fino a quota 186 punti. Sicuramente sarà un salvataggio molto caro: 448 milioni di commissioni, anche se buona parte sarà corrisposta alle banche che vi hanno lavorato solo in caso di successo.

Per le banche, peraltro, la stretta regolatoria potrebbe non finire: per completare l’architettura finanziaria post-crisi (Basilea 3) la Commissione Ue ha proposto ieri un nuovo pacchetto di regole che aggiorna i requisiti di capitale di alcune banche. Tra le regole, un limite alla leva finanziaria per evitare prestiti eccessivi, nonché l’introduzione di un livello minimo di capacità di assorbimento delle perdite (Tlac). Ma vengono anche alleggeriti gli accantonamenti a fronte di prestiti alle piccole imprese e alle infrastrutture.

Fabrizio Massaro

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