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Mps I (tanti) bivi pericolosi dell’«Operazione aumento»

Comincia oggi per il Monte dei Paschi il mese davvero decisivo. La strada che porta alla salvezza dell’istituto, secondo la rotta tracciata da Jo Morgan e Mediobanca, incontrerà una serie di bivi che non vanno sbagliati, perché ciascuno di essi può portare nel vicolo cieco della storia, che può significare anche la fine stessa della banca più antica del mondo.

Incognita quorumPer il consiglio della banca guidata dall’amministratore Marco Morelli, che si riunisce oggi, il primo bivio è costituito dall’assemblea di giovedì 24. Qui il rischio è che il quorum del 20% per la validità dell’assemblea straordinaria non si raggiunga, non consentendo di votare l’aumento di capitale da 5 miliardi. Il Montepaschi ha incaricato dei proxy advisor per raccogliere le deleghe ma il capitale in Borsa è girato così tanto che la partecipazione azionaria si è davvero polverizzata e nessuno oggi può avere la certezza che si raggiunga l’adesione minima. E da soli, gli azionisti rilevanti — Tesoro (4%), Axa (3%), Fondazione Mps (1,5%) e Alessandro Falciai (1,8%) — non ce la fanno a garantire il quorum.

Falciai presidenteNon ci sono invece problemi di quorum per la costituzione dell’assemblea ordinaria per la nomina del nuovo presidente al posto di Massimo Tononi. Candidato unico è Falciai, che ha accettato per spirito di servizio. È stata una scelta pressoché obbligata di continuità: dal 21 al 19 dicembre Mps terrà almeno 4 board nei quali verranno prese decisioni-chiave, ed era improbabile affidare i lavori a un banchiere esterno senza conoscenza dei meccanismi di Siena.

La prelazioneI soci sono chiamati a dare via libera a un aumento di capitale monstre , per di più senza diritto di opzione. Insomma devono quasi votare il loro suicidio finanziario. Di fatto è una scelta obbligata ma anche questa non è scontata. Per convincerli, la banca offre alcune «mitigation»: da un lato assegnerà la junior note della maxi-cartolarizzazione dei crediti in sofferenza, che nominalmente vale 1,6 miliardi e di fatto corrisponde ai 700 milioni dell’attuale capitalizzazione; dall’altro, garantirà il diritto di prelazione a partecipare all’aumento. È vero la prelazione che non ha valore economico, ma è anche vero che il prezzo dell’opzione sarebbe comunque stato molto basso, dato il carattere così diluitivo dell’aumento.

L’offerta sui bondA valle dell’assemblea, lunedì 28 e fino a venerdì 2 dicembre, si avrà la conversione volontaria di 4,3 miliardi di bond subordinati, il cosiddetto liability management ( Lme ), da cui si stima possano arrivare 1,5 miliardi di nuovo patrimonio. L’offerta è a premio, variabile tra il 25 e il 35% del valore attuale dei titoli; l’alternativa per i bondholder , sia istituzionali sia retail , è vendere sul mercato, in perdita, o tenersi le obbligazioni rischiando però il Bail-in o il burden sharing (dunque anche l’azzeramento del credito) se il salvataggio non si realizzerà.

Miliardi e QatarContemporaneamente dovrebbe materializzarsi il cosiddetto investitore stabile ( anchor investor ). Ormai molti danno per vicino l’accordo con il fondo sovrano del Qatar, Qia, che con 1 miliardo diventerebbe primo azionista con il 20%. Altri fondi istituzionali con cui Siena è in discussione (sarebbero rimasti in cinque al tavolo) potrebbero investire ulteriori 200-250 milioni. L’ anchor investor potrebbe essere annunciato prima dell’assemblea, forse già alla fine del board di oggi.

Il valore delle azioniMa convincere gli investitori a prendere azioni non è un esercizio facile, spiegano i banchieri coinvolti nell’operazione, per il fatto che Montepaschi continua a essere cara rispetto alle altre banche quotate nonostante sarà totalmente ripulita. Per convincere gli investitori, le banche d’affari stanno dunque facendo leva sulla equity story di un Nuovo Mps completamente senza crediti in sofferenza (un unicum nel sistema finanziario) e che già adesso con i suoi 4,5 milioni di clienti fa 2 miliardi di utili all’anno prima degli accantonamenti.

Dopo il referendumSubito dopo il referendum del 4 dicembre partirà l’aumento vero e proprio da 2-2,5 miliardi di euro a seconda di quanto patrimonio sarà arrivato dalle altre due gambe del salvataggio. Ma a Siena sono consapevoli che se l’ anchor investor non ci sarà, o se non si arriverà a un’adesione sufficiente alla conversione dei bond , o se dopo il referendum ci fosse una turbolenza sui mercati tale da non far costituire il consorzio di garanzia, allora tutta l’operazione non potrà andare in porto.

Il «Piano B»Sono questi i bivi che vanno imboccati tutti nella direzione giusta. Che succede se invece le cose vanno male? Le ipotesi sul cosiddetto «Piano B» sono varie. In tutti i modi si cercherà di evitare che la banca finisca in risoluzione: le conseguenze potrebbero essere drammatiche per l’intero sistema finanziario italiano ed europeo. Dunque si stanno ipotizzando l’intervento dello Stato attraverso una garanzia pubblica sull’aumento di capitale, oppure l’emissione di Coco Bonds, o persino un intervento che in qualche modo porti alla conversione forzosa delle obbligazioni. Ma tra gli uomini al lavoro A Siena la vera incognita è un’altra: se il 6 o il 10 dicembre dovremo chiamare Roma, ci sarà qualcuno al governo che risponde, se al referendum avrà vinto il No?

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