Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

La sfida sulle tasse tra hotel e Airbnb “Ci hanno doppiato ma è tutto sommerso”

Alla faccia della condivisione, Bettina. A guardare i 594 annunci che questa milanese ha pubblicato su Airbnb, viene il dubbio che non siano proprio tutte case sue. Che lei non sia una studentessa che mette in comune l’abitazione per arrotondare. Ma magari una professionista dell’ospitalità, che usa Airbnb per procacciarsi clienti. Come del resto Daniel, 293 alloggi, Simona, 260, e Marco 169. E come le tante altre persone, l’80% secondo una ricerca di Federalberghi, che pur avendo solo uno o due alloggi da offrire, li mettono disposizione per oltre sei mesi all’anno. «Molti sono bed and breakfast abusivi», attacca il presidente degli albergatori Bernabò Bocca, che dice di avercela con loro, non con Booking, Airbnb o gli altri siti dell’ospitalità. Salvo indicare quest’ultimo come il caso più eclatante di un multiplo «inganno»: ai clienti, che pensano di aver a che fare con un vero padrone di casa; alla concorrenza, visto che quelle strutture possono fregarsene delle norme; allo Stato, visto che magari neppure pagano le tasse. «Attacco sconcertante», replica Airbnb, che ricorda il suo impatto sull’economia italiana: 3,4 miliardi di euro e 100mila posti di lavoro. Un’offensiva spiegata certo dalla paura degli hotel verso una concorrenza sempre più forte: sono oltre 200mila gli alloggi offerti in Italia su Airbnb, contro le 120mila strutture ricettive “tradizionali”. Ma che dietro alla cosiddetta sharing economy si nasconda del sommerso, in realtà, è convinta anche la truppa di parlamentari bipartisan che lo scorso maggio ha presentato in Parlamento una proposta di legge sul settore. Quantificandolo nero su bianco: 450 milioni di euro di base imponibile che sfugge all’Erario, e che potrebbe generare un gettito extra di 150 milioni. Come? Distinguendo. Applicando una tassazione agevolata al 10% a chi condivide saltuariamente (casa, auto, pasti), sotto i 10mila euro all’anno; la normale aliquota Irpef a chi lo fa con regolarità; infine l’imposta sul reddito d’impresa a chi lo fa per professione. «Prima di ragionare di tasse, si tratta di stabilire la natura dell’attività, capire se è saltuaria o meno e se si avvale di mezzi organizzati», spiega l’avvocato Fabrizio Acerbis, managing partner del ramo legale di PwC.
Solo che questo confine, nel nuovo e fluido mondo della condivisione, è difficile da disegnare. Secondo Federalberghi, che lo vorrebbe stretto stretto, dietro la maggior parte delle case c’è un imprenditore, cui chiedere le relative imposte e autorizzazioni. Secondo Airbnb, che teme di soffocare in mezzo alle regole, il numero di notti prenotate per annuncio è solo 26, con un guadagno medio annuo di 2.300 euro per host. «La stragrande maggioranza sono privati », dice la società, altro che affittacamere di professione.
Che Bettina lo sia, pochi dubbi. Basta una veloce occhiata al suo profilo per capire che si tratta di una dipendente della multinazionale immobiliare Halldis, con proprietà in tutta Italia. Società che, con grande probabilità, le tasse le paga. Il dubbio semmai è più sulla “pancia” di Airbnb, l’area grigia che sta sotto. Dove qualcuno può aver iniziato per passione, magari senza dichiarare gli incassi in denuncia dei redditi, salvo poi vederli aumentare. E qualcun può altro spacciarsi per dilettante, aggirando le leggi su sicurezza, accessibilità e fisco che regolano i bed & breakfast e prevedono, ad esempio, che il proprietario risieda nella struttura. «Anche se — ricorda Acerbis — le transazioni online sono tracciabili e dovrebbero disincentivare il sommerso ». All’estero diverse città hanno provato a fare ordine in questa giungla. New York ha vietato l’affitto a breve termine di case private, per la gioia degli hotel. Barcellona richiede un’autorizzazione. E mercoledì la giunta della Toscana ha presentato una proposta di legge che fissa un limite a 90 giorni all’anno: chi affitta per più tempo sarà obbligato ad aprire una partita Iva. Proprio a Firenze poi, grazie a un accordo con il Comune, Airbnb inizierà presto a raccogliere la tassa di soggiorno per i suoi host, una falla denunciata da tante amministrazioni. Difficile vada oltre, come ipotizza la proposta di legge sulla sharing economy: fare da sostituto d’imposta, raccogliere le tasse per conto dello Stato.

Filippo Santelli

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

L’esordio di Andrea Orcel come ad di Unicredit, uscita con un utile trimestrale doppio rispetto al...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Vittorio Colao, ministro per l’Innovazione tecnologica, non fa suo il progetto per una rete unica ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Un blitz della Ragioneria generale dello Stato evita un "buco" di 24 miliardi nel decreto "Sostegni ...

Oggi sulla stampa