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Euro-sterlina 1 a 1 Londra ora conviene Brexit fa sorridere studenti e turisti

IL TRENO che attraversa la Manica collegando Londra e Parigi, nella magnifica stazione di St. Pancras, davanti al chiosco dell’International Currency Exchange, una delle principali catene di cambiavalute della città. Il viaggiatore appena arrivato dalla Francia compra 100 sterline con 114 euro: «Non mi era mai successo», dice, «di ricevere un cambio così vantaggioso». Il vacanziere diretto a Parigi è furioso: ha dovuto sborsare 99 pound (e due penny) per acquistare 100 euro. «Come se le due monete», s’arrabbia, «fossero alla pari». Già: la parità. Una prospettiva deludente, quasi umiliante, per chi pensava che la scelta di Brexit avrebbe restituito alla Gran Bretagna il ruolo di potenza ricca e sovrana a cui la burocratica Unione Europea le impediva di tornare.
Il senso di amara sorpresa cresce, per i sudditi di Sua Maestà, più ci si allontana dal centro e ci si avvicina per così dire all’Europa. Il massimo dell’indignazione si raggiunge in uno dei sei aeroporti della capitale, Gatwick, al cui interno il cambiavalute Moneycorp è addirittura sceso sotto la soglia dell’1 a 1, quotando il cambio della sterlina con l’euro a 0,97: vale a dire che con 100 sterline si comprano appena 97 euro. Stessa quotazione agli aeroporti di Luton e Southend. Qualcuno dà la colpa ai cambiavalute. «È una vergognosa speculazione», accusa Martin Lewis, difensore dei consumatori britannici, che è andato fin dentro le partenze di Gatwick per fotografare il tabellone del cambio da scandalo, a suo giudizio, e racconta che per poco non ha preso le botte. «Non mi meraviglio che mi abbiano gridato dietro che non è permesso fotografare i chioschi di cambiavalute», afferma. «Questo significa approfittare delle ansie del mercato». La foto, peraltro, l’ha scattata lo stesso e l’ha messa su Twitter.
È innegabile che i cambiavalute arrotondino, o ne approfittino: è il loro mestiere. Praticano sempre un cambio più basso o più alto, a seconda se vendono sterline o le acquistano, di quello ufficiale. Ed era già successo, nei tre mesi e mezzo dopo il referendum sull’Unione Europea, che la sterlina venisse scambiata a meno della parità dai cambiavalute londinesi: in luglio qualcuno la dava a 0,99 euro.
Adesso, però, è scesa ancora più giù. Dopo il flash crash della settimana scorsa, in cui con il concorso di un algoritmo impazzito o di un errore umano a un certo punto ha perso il 6 per cento del valore in due minuti, la possibilità che il declino continui fino ad assestarsi sulla parità con l’euro, non sui tabelloni dei cambiavalute ma al cambio ufficiale, appare sempre più verosimile. È l’effetto dei timori sui danni che Brexit causerà all’economia britannica, spiegano gli analisti della City, anzi dei danni che causerà l’hard Brexit, l’uscita totale, da Unione Europea e mercato comune, che sembra la strada imboccata da Theresa May, sacrificando i liberi commerci pur di fermare la libertà di immigrare nel Regno Unito.
Del resto non sono soltanto i cambiavalute a speculare sul declino della moneta con l’effigie della Regina Elisabetta: il Times rivela che hedge fund e investitori hanno aumentato l’acquisto di contratti che “scommettono” sul crollo della sterlina. Ce ne sono stati 97 mila nei sette giorni prima del 4 ottobre, diecimila più della settimana precedente, e non c’era ancora stato il flash crash, il crollo in due minuti. È un’attività da avvoltoi o da indovini, come ha illustrato “The Big short”, il film sugli speculatori che scommettevano sul crollo dei mutui troppo facili prima del grande crash 2007-2008. Ma parte sempre da un problema reale.
Ora il problema è uscito dalle stanze di broker e banchieri per approdare sulle “high street”, come si chiamano in inglese le strade più centrali e affollate delle città. Cioè tra la gente. Al Currency Exchange dietro la stazione Vittoria: 1,09 sterline per un euro. Al Post Office poco più in là: 1,066 sterline per un euro. Nel cambiavalute dentro i grandi magazzini Mark Spencer: 1,064. In pratica, la parità, una sterlina per un euro. «Ragazzi, venire a Londra è diventato quasi conveniente », commenta Franco, impiegato milanese, appena sbarcato con la moglie all’aeroporto di Gatwick. Per italiani e altri continentali, è una manna. Ma per gli inglesi è un sberla. Con la monarchia e la Bbc, la sterlina è una delle istituzioni nazionali. Il fatto che abbia perso il 19 per cento del valore da gennaio, e quasi il 15 per cento dal referendum, suscita un’ondata di incredula frustrazione. È vero che, come notano gli economisti, ciò ha contribuito ad aumentare le esportazioni, far crescere la Borsa e nel lungo termine potrà servire a rimettere tutto a posto. Ma nel lungo termine, ammoniva John Maynard Keynes, «saremo tutti morti». È il breve termine che conta, viceversa, per la classe medio bassa in partenza per l’Europa sui voli low cost: di colpo si trova con meno soldi in tasca per la piccola vacanza alle Canarie, in Grecia, in Italia. E con un dubbio in testa: sarà stato davvero un buon affare, per l’inglese medio, l’inglese scontento, l’inglese colpito dal disagio sociale, votare per Brexit?

Enrico Franceschini

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