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La Brexit non ha mosso foglia

Brexit ha aggiunto qualche turbolenza all’economia europea, ma non è stata finora quella catastrofe da molti evocata. I mercati hanno reagito bene, le banche hanno saputo resistere anche perché sono più solide. Per questo, la Bce non si è mossa e passerà il resto dell’estate in attesa.

Chi si aspettava qualche segnale di nuovi stimoli è rimasto deluso, ma le borse, fondamentalmente, non hanno fatto una piega. Tuttavia Mario Draghi ieri non ha parlato invano, al contrario ha detto cose che vanno ben analizzate dai governi e anche dal governo di Roma.

La questione più scottante riguarda i non performing loans ( Npl, i crediti inesigibili) delle banche italiane e su questo, come era da prevedere, sono fioccate le domande. Tema spinoso, potenzialmente imbarazzante per chi è stato governatore della Banca d’Italia, quindi, in un certo senso, banchiere dei banchieri italiani.

Draghi se l’è cavata bene (come al solito) rilanciando la palla in avanti. Bisogna accelerare lo smaltimento dello stock pregresso di crediti inesigibili rafforzando il mercato dei Npl che in Europa (e ancor più in Italia) è ancora molto indietro. Per far questo, occorre una legislazione che favorisca la crescita di questo mercato. Alcuni passi sono stati fatti nella direzione giusta, ha detto Draghi, anche in Italia (non lo ha detto, ma il richiamo è ad Atlante), tuttavia si può fare di più.

Sull’intervento pubblico, Draghi ha ribadito che è possibile «in condizioni eccezionali», ma è chiaro dal suo discorso che le condizioni «naturali» debbono essere quelle di mercato favorite anche da misure legislative che ne rappresentino la cornice adatta.

C’è materiale, dunque, su cui lavorare per il ministro dell’Economia, per l’Abi, per un sistema bancario che voglia crescere sulle proprie gambe e non invocare sempre lo Stato salvatore. Il 29 luglio verranno resi noti i risultati degli stress test e nel mirino c’è naturalmente il Monte Paschi. Sembra di poter concludere che la preferenza di Draghi è per una soluzione di mercato, anche se la banca senese venisse bocciata per la seconda volta.

Ma Draghi ha rilanciato anche un messaggio di politica economica più generale. E ha battuto come al solito sul suo tasto preferito: le riforme strutturali. Tutti i Paesi le debbono realizzarle, a ciascuno la sua riforma, naturalmente.

Purtroppo, in questa fase, c’è un rallentamento pressoché generale. Il presidente della Bce non ha fatto nomi, ma dai suoi accenni è chiaro che aveva in mente l’Italia dove il problema principale resta la produttività, la Francia con il mercato del lavoro, la Germania con il rafforzamento della domanda interna e la liberalizzazione dei servizi. Draghi non vede, invece, la necessità di una spinta alla crescita dal lato della politica fiscale che deve continuare applicando le regole europee.

La politica monetaria resterà espansiva e si vedrà a settembre se ricorrere ad altre misure. Gli economisti della Bce faranno nuove analisi. Certo, è deludente il ritmo di crescita della zona euro inferiore all’1% e soprattutto i prezzi ancora in territorio deflattivo (siamo a +0,1 dopo un -0,1).

Ma la Bce ha fatto davvero molto, tutto il peso della ripresa è stato sulle sue spalle, che cosa può fare ancora? I tassi negativi colpiscono gli utili delle banche, mentre l’acquisto di titoli a queste condizioni monetarie sta creando un problema serio: i titoli di Stato a breve termine della Germania e della Francia hanno prezzi troppo bassi e la Bce non può comprarli se non vuole violare il proprio mandato (il limite è il tasso sui depositi che oggi è a -0,4%, i titoli tedeschi a sei mesi solo a -0,7).

Gli unici bond pubblici che possono rendere bene, a questo punto, sono quelli italiani. Ma qui scatta un vincolo politico. Ve lo immaginate che cosa accadrebbe in Germania se Draghi comprasse a man bassa Btp? Basta leggere la stampa tedesca e anche i giornali economici internazionali per avere idea di quale clima si prepara al ritorno dalle ferie.

Stefano Cingolani

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