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La crescita globale frenata da Brexit Fmi: “Banche italiane un problema irrisolto”

LA DECISIONE del Regno Unito di uscire dalla Ue ha portato il Fondo monetario internazionale a tagliare le sue stime di crescita per l’economia mondiale e a avvertire che l’instabilità finanziaria potrebbe causare un ulteriore rallentamento. Nelle sue previsioni trimestrali, il Fondo ha anche abbassato le previsioni di crescita per l’Italia, identificando le difficoltà delle nostre banche e di quelle portoghesi come un possibile rischio per la ripresa mondiale.

L’AVVERTIMENTO arriva dopo che il referendum sulla Brexit ha causato settimane di forti turbolenze. Un’ondata di vendite ha colpito in particolare i titoli bancari italiani, obbligando il governo a ragionare sulla possibilità di ricapitalizzare con soldi pubblici istituti come il Monte dei Paschi di Siena. Il Fondo si aspetta che l’economia mondiale cresca quest’anno e il prossimo, rispettivamente, del 3,1% e del 3,4%, appena sotto quanto previsto ad aprile. Il Fondo era pronto ad alzare leggermente le previsioni per il 2017, ma «Brexit ha messo un bastone fra le ruote [della ripresa mondiale]» ha detto Maurice Obstfeld, capo economista dell’ Fmi. Le economie avanzate dovrebbero crescere dell’1,8% nei prossimi due anni, meno di quanto previsto tre mesi fa. Gli Stati Uniti si espanderanno a un ritmo superiore al 2% annuo, mentre l’area euro si fermerà all’1,6% nel 2016 e all’1,4% nel 2017. Per la Gran Bretagna il tasso di crescita nell’anno prossimo dovrebbe essere dell’1,3%.
Tra le grandi economie europee, l’Italia rimane quella che cresce meno. Il Pil dovrebbe aumentare di appena lo 0,9% quest’anno, a fronte di una previsione del governo dell’1,2%. Per l’anno prossimo, l’Fmi prevede un tasso di crescita dell’1%, di quattro decimi di punto inferiore a quello che il ministero dell’Economia aveva previsto ad aprile. Nelle scorse settimane il ministro Pier Carlo Padoan aveva espresso le sue preoccupazioni: «Un indebolimento generalizzato delle aspettative sul futuro della Ue rischia di frenare le decisioni degli operatori economici», ha scritto in un articolo per il quotidiano Il Foglio.
Un rallentamento dell’economia creerebbe problemi per il governo, visto il coincidere della legge di stabilità per il 2017 con il referendum sulla riforma della Costituzione, e il premier Matteo Renzi ha già dichiarato che si dimetterà in caso di sconfitta. Il governo potrebbe ora essere costretto a rivedere i propri saldi di spesa, nonostante la decisione da parte della Commissione europea di accettare un percorso di riduzione del deficit pubblico più lento rispetto a quello concordato in passato.
Renzi non ha ancora annunciato la data del referendum, ma nel suo entourage si dice sia ora molto difficile puntare su una manovra espansiva per lanciare la volata per il voto. Il Fondo monetario sottolinea come le sue previsioni di crescita siano soggette a importanti rischi al ribasso. Gli economisti di Washington presuppongono che il Regno Unito e la Ue raggiungano un accordo che non preveda barriere commerciali importanti, e che non ci siano grandi turbolenze sui mercati. In caso di scenario più negativo, invece, il tasso di crescita per le economie avanzate nel 2017 scenderebbe dall’1,8% all’1%. Tra gli altri rischi per l’economia mondiale ci sono le tensioni geopolitiche, il terrorismo e le difficoltà delle banche italiane. «Lo shock di Brexit avviene nel mezzo di problemi passati non risolti nel sistema bancario europeo, in particolare nelle banche italiane e portoghesi – dice il rapporto – una turbolenza protratta sui mercati finanziari e una crescente avversione al rischio a livello globale potrebbero avere ripercussioni macroeconomiche severe, tra cui l’intensificarsi delle difficoltà bancarie ». Il Fondo ha lodato le banche centrali per la loro reazione allo shock del referendum britannico, che ha aiutato a rasserenare gli investitori. Ma resta convinto che la politica monetaria non basti a rilanciare la crescita e che ci voglia una combinazione di politiche a sostegno della domanda e di riforme strutturali, oltre che una serena risoluzione della separazione fra Gran Bretagna e Ue.
«D’importanza primaria è una transizione tranquilla e prevedibile a una nuova relazione commerciale e finanziaria che preservi il più possibile i vantaggi degli scambi tra Regno Unito e Unione europea», dice il rapporto.

Ferdinando Giugliano

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