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Cooperative, compliance allargata

Ammessi i soggetti che hanno presentato interpello su nuovi piani di investimento
Si allarga la platea dei soggetti che possono accedere al regime di adempimento collaborativo (cooperative compliance). In questa prima fase, infatti, oltre ai soggetti che realizzano un volume di affari (o di ricavi) non inferiore a dieci miliardi di euro e ai soggetti che lo realizzano di almeno un miliardo di euro e che hanno presentato istanza di adesione al progetto pilota del 2013, possono accedere al nuovo regime le imprese che intendono dare esecuzione alla risposta dell’agenzia delle Entrate a seguito di istanza di interpello sui nuovi piani di investimento nel territorio dello Stato previsti dal decreto legislativo n. 147/2015. Queste ultime possono accedere al regime di adempimento collaborativo a prescindere dall’entità del volume di affari o di ricavi.
Per quanto riguarda i requisiti dimensionali, il periodo di osservazione è triennale, nel senso che rileva l’ammontare più elevato di ricavi indicato nel bilancio relativo all’esercizio precedente a quello in corso alla data di presentazione della domanda e ai due esercizi anteriori, ovvero di volume d’affari indicato nella dichiarazione Iva relativa all’anno solare precedente e ai due anni solari anteriori.
Il provvedimento direttoriale del 14 aprile 2016, che disciplina le modalità di applicazione del regime, inoltre, amplia la facoltà di accesso anche a ulteriori soggetti privi dei requisiti dimensionali, per tenere conto delle particolari dinamiche gestionali che presiedono allo svolgimento dell’attività economica nell’ambito dei gruppi di imprese. Infatti, è previsto che i soggetti che possiedono i requisiti dimensionali possono richiedere l’accesso al regime anche per le imprese prive dei requisiti stessi che svolgono funzioni di indirizzo in relazione al sistema di controllo del rischio fiscale. Con la medesima finalità è anche previsto l’accesso per i soggetti con volume d’affari o ricavi non inferiori al miliardo di euro se la domanda per il progetto pilota è stata presentata dall’impresa del gruppo che svolge le suddette funzioni di indirizzo.
Si tratta di previsioni che tengono conto della realtà dei grandi gruppi con assetti organizzativi integrati, nell’ambito dei quali il sistema di controllo interno è regolato da una visione comune di gruppo e le relazioni tra le diverse entità interessate sono fortemente connesse.
Per l’adesione al regime di adempimento collaborativo, le imprese devono possedere un efficace sistema di controllo del rischio fiscale inserito nel contesto del sistema di governo aziendale e di controllo interno, ferma restando l’autonomia di scelta delle soluzioni organizzative più adeguate. L’agenzia delle Entrate deve “testare” l’adeguatezza del sistema di controllo attraverso interlocuzioni e incontri istruttori.
Il sistema è efficace quando è in grado di garantire all’impresa un presidio costante sui processi aziendali e sui conseguenti rischi fiscali consentendole di adempiere ai doveri di trasparenza e collaborazione.
Occorre, quindi, mappare analiticamente i fattori di rischio fiscale connessi a ciascun processo, gli attori coinvolti con le relative responsabilità a essi attribuite e instaurare un aggiornamento continuo e progressivo finalizzato anche alla introduzione di correttivi e miglioramenti del sistema. In tal modo possono essere meglio gestiti i rischi di natura fiscale, colte le opportunità di risparmio, ridotti i rischi patrimoniali, anche dal punto di vista delle sanzioni amministrative, attenuato il rischio di commissione di reati tributari, ridotti i rischi e i costi reputazionali.
Ciò significa che i sistemi di controllo interni vanno adeguati e integrati al fine di monitorare, in concreto e non solo in termini formalistici, la materia fiscale. In tale ottica dovrebbe essere valorizzato il peso dei responsabili fiscali delle aziende il cui ruolo andrà in taluni casi “adeguato” e, più in generale, occorre che la definizione delle impostazioni strategiche in materia fiscale diventi “patrimonio” anche dei Cda che, invece, hanno spesso poca attenzione alle questioni tributarie.
In termini più generali, il business e gli organi apicali devono essere informati delle conseguenze fiscali delle loro scelte manageriali e la funzione fiscale deve essere coinvolta nelle decisioni dell’azienda in tempo reale.

Luca Miele

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