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Obama e il suo doppio le confessioni private del presidente e dell’attore “Che fatica essere famosi”

«Bel posticino!», dice l’attore Bryan Cranston al presidente Obama mentre si guarda intorno, alla Casa Bianca. «Quand’è che lo mette in vendita? ». «Non è mio, sono in affitto», risponde Obama. «Vorrei semmai essere sicuro di riavere indietro la caparra».
Il presidente ci fa vedere lo Studio Ovale e la sala da pranzo privata adiacente, ci parla degli oggetti che gli stanno particolarmente a cuore: la bozza manoscritta di un discorso del presidente Kennedy, un paesaggio marino dipinto dal senatore Ted Kennedy, che lo regalò a Obama quando lui era senatore, e infine, vicino a tre foto di famiglia, un paio di guantoni rossi di Muhammad Ali con la dedica ” To Barack”.
Per Cranston, che ha vinto quattro Emmy per il suo ruolo nella serie tv “ Breaking Bad” di cui Obama, al pari di milioni di persone è appassionatissimo, questa visita ha il sapore del déjà-vu. «Ho passato talmente tanto tempo in una replica di questa stanza che mi sembra di esserci già stato», dice riferendosi al set di “ All the Way”, un film su Lyndon Johnson e sulla sua lotta per far approvare la legge del 1964 sui diritti civili che uscirà a maggio. È merito delle leggi del presidente Johnson se «si è arrivati all’elezione di persone come me», ragiona Obama.
PHILIP GALANES: Presidente, glielo devo dire: sto sudando. La preoccupa l’idea di essere la persona al mondo che stressa di più i suoi ospiti?
OBAMA: «Io sono una persona molto alla mano. È lo Studio ovale che è stressante. Quando lavori qui, dopo un po’ quel senso di soggezione va via, ma lo rivivi attraverso gli occhi di visitatori e amici che vengono qua».
GALANES: È un cambiamento piacevole, Bryan, essere la seconda persona più famosa nella stanza?
CRANSTON: «Certo. Ormai, quando incontro la gente, tutti vogliono parlare solo di me».
OBAMA: «È uno degli inconvenienti di essere famosi: una par- te della spontaneità che avevi prima svanisce».
CRANSTON: La disturba che le sue figlie siano sotto i riflettori?
OBAMA: «È stata la nostra preoccupazione più grande. Ed è solo merito di Michelle e di mia suocera se sono diventate due ragazze così straordinarie e con i piedi per terra».
GALANES: Tutti e tre siamo cresciuti senza un padre. Il mio si suicidò. Quello di Bryan sparì per 10 anni, Lei lo ha incontrato solo una volta. Anche voi cercavate un papà ovunque, come me?
CRANSTON: «Non consapevolmente. Ma ricordo che già da piccolo volevo fare il poliziotto. È un modello molto mascolino».
OBAMA: «C’è una citazione bellissima che dice: ”Ogni uomo cerca di essere all’altezza delle aspettative di suo padre o di rimediare agli errori di suo padre”. Io ho passato tantissimo tempo, non avendo un modello da imitare, a cercare di capire che cosa volesse dire essere un uomo, o nel mio caso un uomo nero, o di razza mista, in questa società».
GALANES: Scommetto che ha influito molto sul modo in cui avete cresciuto le vostre figlie.
OBAMA: «Avevo molto forte l’idea di volerlo fare nel modo giusto. Avevo il vantaggio di avere un bellissimo rapporto con mia madre, lei mi ha insegnato gli elementi essenziali di come si fa il genitore. E Michelle viene da una famiglia molto unita».
CRANSTON: «Anche mia moglie ».
GALANES: C’è un momento molto bello nel film su Johnson, quando esci dallo Studio Ovale e ti imbatti in tua figlia.
Hai questo sguardo malinconico che sembra dire: ”Ho sacrificato il rapporto con lei per questa carica?”.
CRANSTON: «Ho insistito per inserire quella scena. Volevo che il pubblico percepisse l’amore del padre e il suo rimpianto: pur essendo occupatissimo con i problemi del mondo…».
OBAMA: «…Desidera disperatamente stabilire un contatto. Malia, la più grande delle mie figlie, sta per andare al college e questo mi suscita grosse emozioni. Per me il paradosso è che stare alla Casa Bianca mi ha permesso di passare più tempo con le mie figlie, perché…».
CRANSTON: «Il tragitto per andare al lavoro è brevissimo».
GALANES: Forse ultimamente ho guardato troppi video su YouTube, ma penso che Lei sia il primo presidente, tra quelli che ho visto in vita mia, che è davvero un uomo della sua epoca.
OBAMA: «Probabilmente sono la persona più registrata, filmata e fotografata della storia. Perché sono il primo presidente cresciuto nell’era digitale. E nonostante il nome esotico e le origini insolite, sono cresciuto come un normale bambino della classe media. Gli elementi culturali che hanno plasmato voi sono gli stessi che hanno plasmato me. Ho appena parlato con un gruppo di stagisti: hanno un idealismo e una motivazione incredibili».
CRANSTON: E ha fatto a pezzi il loro entusiasmo?
OBAMA: «Gli ho detto che se dovessero scegliere un momento della storia umana in cui vivere, dovrebbero scegliere questo. C’è una grande forza nella nostalgia, ma è un dato di fatto che il mondo è più ricco, più sano, più istruito, meno violento e attento ai più deboli di quanto non sia mai stato. Sì, c’è anche tantissima crudeltà, tantissime tragedie. Ma tendiamo a dimenticarci com’era prima. Sono vecchio abbastanza da ricordarmi gli anni 70, quando stavamo cercando di uscire dal Vietnam e avevamo perso decine di migliaia di giovani soldati. E quando tornavano a casa, erano abbandonati. In Cambogia furono massacrate due milioni di persone, quattro volte di più di quelle che sono state uccise in Siria. Ma non ce ne ricordiamo. Oggi la gente è più aperta rispetto all’epoca di Johnson».
GALANES: Il film di Bryan mi ha spinto a ragionare sull’idea di eredità. Qual è la sua?
OBAMA: «È una cosa con cui faccio molta fatica a misurarmi. L’unico aspetto di cui mi sento sicuro è il concetto di una nazione inclusiva, il fatto che tutti fanno parte di questa storia. È un tema ricorrente, a cui sono rimasto fedele per tutta la durata della mia presidenza. È il miracolo di fondo di questo paese, tutti questi pezzi da ogni angolo del globo».
Philip Galanes

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