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Ferrari, parte la quotazione. Domanda verso 10 volte l’offerta

MILANO – Il Cavallino rampante è ai nastri di partenza. La procedura per la quotazione a Wall Street delle azioni Ferrari inizierà entro questa settimana (con ogni probabilità venerdì) con la pubblicazione del prospetto definitivo del collocamento, che conterrà anche l’indicazione della forchetta di prezzo. Il road show presso gli investitori dovrebbe durare una o due settimane; a seconda dell’andamento, i libri potrebbero essere chiusi a partire dai primi giorni della settimana successiva (dal 12 ottobre). A quel punto verrà fissato il prezzo definitivo e saranno allocati i titoli. Il giorno successivo, il debutto a Wall Street, che per motivi legali non potrà avvenire prima del 13 ottobre, data in cui l’anno scorso ha fatto il suo esordio la capogruppo Fiat Chrysler. Negli Usa, intanto, appare avviato verso la sconfitta il voto per la ratifica del contratto di lavoro firmato da Fiat Chrysler con il sindacato Uaw; l’evento sarebbe clamoroso e costringerebbe la Uaw a tornare al tavolo negoziale con la stessa Fca oppure con Gm o Ford.
Global coordinator del collocamento Ferrari è la banca svizzera Ubs, di cui Sergio Marchionne è stato vicepresidente; ad essa si aggiungono i joint bookrunners Bofa Merrill Lynch, Banco Santander, Allen & Co., Bnp Paribas, Mediobanca e Jp Morgan. Poiché manca ancora il via libera ufficiale della Sec al prospetto, dall’azienda non arrivano conferme né smentite ai tempi dell’operazione; quest’ultima verrà realizzata senza aumento di capitale, ma con la vendita di una parte delle azioni attualmente detenute da Fiat Chrysler, e precisamente attorno al 10% del capitale. Il ricavato per Fca potrebbe raggiungere il miliardo di euro se verrà raggiunto l’obiettivo di Sergio Marchionne (amministratore delegato di Fca e presidente di Ferrari) di valorizzare 10 miliardi l’intera azienda. Secondo l’agenzia Bloomberg l’azienda è sulla strada buona, e fonti non identificate parlano di una domanda superiore di oltre 10 volte all’offerta.
Ferrari sarà quotata a New York con il simbolo FRRI. Dopo l’Ipo il capitale Ferrari sarà così ripartito: 80% ancora in mano a Fca, 10% a Piero Ferrari (figlio del fondatore dell’azienda) e 10% sul mercato. Nei primi mesi del 2016, poi è previsto lo scorporo della Ferrari da Fca: l’80% di Ferrari ancora in mano a quest’ultima verrà assegnato ai soci Fca e ai detentori delle obbligazioni convertibili. Dopo lo scorporo, l’azionariato di Ferrari NV (la holding olandese del Cavallino) vedrà Exor, la holding degli Agnelli, al 24% del capitale, Piero Ferrari al 10% e il restante 66% sul mercato; grazie al meccanismo dei diritti di voto doppi, previsto dalla legge olandese, però, Exor e Piero Ferrari saranno in grado di mantenere il controllo dell’azienda. A dare il via allo scorporo dovrà essere un’assemblea straordinaria dei soci Fca, che si terrà ad Amsterdam e potrebbe essere convocata per dicembre. Sempre dopo lo scorporo verrà eventualmente chiesta la quotazione a Milano.
Ieri le azioni Fca hanno segnato un netto rimbalzo in Borsa (+4,8% a Piazza Affari, a 11,61 euro), trascinando al rialzo anche la controllante Exor (+5,2% a 38,98 euro). Il rimbalzo è arrivato dopo una serie negativa seguita al ciclone dello scandalo Volkswagen; la ripresa ha visto protagonisti anche gli altri titoli del settore, a cominciare dalla stessa casa tedesca (+2,7% la chiusura allo Xetra). Più in generale, le turbolenze delle ultime settimane sui mercati, aggravate dal caso dei diesel truccati della Vw, non hanno per ora modificato il calendario del collocamento Ferrari: Marchionne, del resto, punta a “vendere” la casa di Maranello come un titolo del lusso, per la sua esclusività, più che un costruttore di auto qualsiasi. L’offerta pubblica dei titoli del Cavallino consentirà a Fca di ridurre il debito netto industriale, che a fine giugno era pari a 8 miliardi di euro; il debito calerà per effetto dell’incasso della vendita e dello scorporo di una parte dei debiti che confluiranno in Ferrari. La valorizzazione di Ferrari dovrebbe poi permettere una rivalorizzazione del resto del gruppo e costituire una sorta di cuscinetto contro eventuali ulteriori tonfi dei mercati.
Per quanto riguarda il contratto firmato a metà settembre da Sergio Marchionne e Dennis Williams (numero uno della Uaw), anche i lavoratori di Toledo (Ohio) e Sterling Heights hanno votato no martedì con maggioranze robuste; e i voti dei lavoratori dei altri maggiori stabilimenti del gruppo, tutti negativi, fanno prevedere con certezza quasi matematica – scrive il Detroit News – una bocciatura dell’intesa da parte dei circa 40mila dipendenti Usa del gruppo iscritti alla Uaw. Secondo la stampa locale hanno pesato sui voti negativi il bonus di firma (3mila dollari) inferiore a quello del 2011, una riassegnazione dei modelli fra stabilimenti che ha generato incertezza sulle future allocazioni di prodotti, e la soluzione adottata per il sistema della doppia fascia salariale, che prevede un aumento dei salari minimi e massimi per la fascia più bassa (dei lavoratori nuovi) ma non ne limita il numero rispetto all’attuale 40 per cento. La bocciatura sarebbe un evento clamoroso, che alla Chrysler non avviene dal 1982, e costringerebbe Williams a rimettersi al tavolo con Marchionne o a ripartire da zero scegliendo come controparte General Motors o Ford.

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