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Il 41-bis? Proporzionale

Detenuti ex 41-bis dell’ordinamento penitenziario di nuovo sulla ribalta giudiziaria: dai rilevi del Comitato anti tortura – Cat – delle Nazioni Unite alla morte di Totò Riina, mai uscito dal regime di carcere separato e comunque ancora considerato il capo indiscusso di Cosa Nostra. «Un regime proporzionale ed efficace che deve essere sul filo di lana rispetto alla necessità di garantire insieme tutela e sicurezza al cittadino e diritti ai detenuti.

Un equilibrio sottile che va rispettato». Lo definisce tale Roberto Calogero Piscitello, direttore generale dei detenuti e del trattamento del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della giustizia, componente della delegazione italiana convocata a Ginevra dal Cat. Un magistrato critico verso il ruolo che ricopre: «Il magistrato non deve essere famoso», dichiara con convinzione. Alle spalle dieci anni di distrettuale antimafia a Palermo, oggi si occupa del versante amministrativo dell’esecuzione della pena. «Mi occupo del trattamento del detenuto dal suo ingresso in carcere alla scarcerazione, tutto passa per questa direzione generale», ricorda a ItaliaOggi Sette dal suo ufficio di dipartimento a Largo Luigi Daga. «Il carcere separato del 41-bis risponde a una necessità: quella di far smettere ai capi mafia di continuare a fare i mafiosi in carcere rendendo impossibili o comunque più difficili le comunicazioni dal carcere alle organizzazioni criminali.
Il carcere non riusciva a interrompere quella catena di comando necessaria alle organizzazioni criminali e allora nel ’92, dopo due stragi, è intervenuto il legislatore. Il 41-bis viene emanato con decreto legge dopo la prima strage e convertito successivamente alla seconda strage, nell’agosto del 1992. Un regime differenziato che ritengo necessario e indispensabile per far fronte a queste associazioni criminali tutt’altro che finite e che comporta una deroga a tutta una serie di prescrizioni dell’ordinamento penitenziario. Nel tempo – ne ripercorre le tappe – ci sono stati almeno tre interventi legislativi degni di essere considerati: gli ultimi due risalgono al biennio 2008-2009 per il Pacchetto Sicurezza 1 e 2 che resero il regime meno discrezionale rispetto alle volontà del potere politico vincolando lo stesso ministro all’adozione di una serie di prescrizioni, prima facoltative e ora obbligatorie. Un’oggettivizzazione di un sistema che era nato temporaneamente, suscettibile di proroghe e che solo dopo si è stabilito avesse una sede nell’ordinamento giuridico italiano in via permanente e quando lo si è fatto, è avvenuto con legge ancorandolo a dei presupposti di verifica da parte della giurisdizione». Aggiustamenti? «La Corte costituzionale, negli anni, ne ha limato, migliorandoli, gli istituti di concreta applicazione. Un detenuto al 41-bis ha colloqui limitati: non più di uno al mese, compresi quelli con i difensori. La Suprema corte è intervenuta dicendo che la difesa è un diritto di ognuno e non può essere soggetta a limitazioni. Di recente, invece, la Corte ha stabilito che il detenuto non possa acquistare libri direttamente ma solo tramite l’istituto». I detenuti sottoposti a questo particolare regime sono una minoranza: «Circa 730 in tredici istituti», risponde Piscitello, «e sette gli internati che scontano la pena nella Casa di lavoro di Tolmezzo dove si lavora in orti e e serre con le stesse limitazioni del 41-bis, la durata è stabilita dal magistrato di sorveglianza. Il 95% dei reati commessi sono a caratterizzazione mafiosa, oggi in minima parte quelli con finalità terroristiche. Non più di una decina di casi di videosorveglianza ma non c’è nessuna videoregistrazione come invece accade nei colloqui. Circa 20 persone sono in carcere dal ’92 ma si tratta del gotha delle associazioni mafiose. Le riunioni in “gruppi di socialità” da due a quattro persone, sono consentite per un massimo di due ore al giorno». Scandito il susseguirsi o meno delle proroghe: «Il regime è disposto con un decreto del ministro della Giustizia che ha valenza di quattro anni, allo scadere dei quattro anni il mio ufficio», spiega Piscitello, «cura l’istruttoria per l’eventuale proroga che passa per una richiesta fatta alla procura distrettuale antimafia che ha chiesto originariamente il 41-bis, alla Procura nazionale antimafia e tutta una serie di informative agli organi centrali delle Forze dell’Ordine. Se la proroga è confermata, il Ministro emana un decreto di proroga che ha una vigenza di due anni. Sia il decreto che le proroghe successive possono essere impugnati davanti alla magistratura di sorveglianza». Accade? Certo che sì. «Tutti impugnano ma le percentuali di accoglimento sfiorano appena il 10% a dimostrazione del fatto che non c’è alcuna proroga automatica vista l’ esistenza di un atto amministrativo del ministro valutato dal tribunale di sorveglianza di Roma che controlla la sussistenza dei requisiti di fatto e di diritto alla base del provvedimento. Senza contare che anche davanti al Tribunale di sorveglianza di Roma, il detenuto può sempre percorrere la strada del ricorso in Cassazione».

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