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In 3 anni un milione di fondisti in più  

I fondisti sono sempre di più, avanzano le donne e l’età media di chi investe, mentre poco cambia per la geografia. Chi sceglie il risparmio gestito abita soprattutto nel Nord Italia. Dopo i dati record di raccolta e il successo del Salone di inizio aprile, arriva il quaderno statistico che Assogestioni dedica ogni anno alla foto di gruppo degli italiani muniti di fondi. E’ un’istantanea parziale, che dal 2002 ad oggi monitora solo i prodotti di diritto italiano, che sono una netta minoranza (27%) del patrimonio delle casse comuni. La parte del leone la fanno i round trip (39%, cioè i fondi esteri prodotti da case italiane) e gli esteri «veri» (34%).

Lo scenarioAl momento, però, la raccolta dati non consente di uscire dal recinto tricolore: «I numeri, anche se incompleti, raccontano la storia degli ultimi sedici anni, dando un’idea degli spostamenti e delle tendenze», spiegano all’ufficio studi di Assogestioni. E allora eccoli. Ci sono trecentomila fondisti in più rispetto a un anno fa. Mentre se si fanno i conti a partire dal 2012, l’anno di massima depressione del risparmio gestito dopo il boom fine anni Novanta, i connazionali che hanno investito in prodotti del risparmio gestito di diritto italiano sono cresciuti di un milione: a fine 2015 erano 6,4 milioni. Siamo sempre sotto i 9 milioni raggiunti nel 2002 ma la curva si è invertita. Così come si è rialzato il grafico che segnala il tasso di partecipazione: se dividiamo il numero dei fondisti italiani per il totale della popolazione arriviamo al 10,5%, contro il 10% di un anno fa. Più di un italiano su dieci, quindi, ha messo almeno un euro nei fondi di casa. Anche in questo caso il 17% del biennio 2002-2003 è lontano: ci si avvicinerebbe al vecchio record conteggiando chi si è affidato al 70% di patrimonio investito in fondi esteri? La sfida statistica è aperta.

La tortaI più ricchi possiedono quasi tutto. La concentrazione della ricchezza, che la crisi ha contribuito ad accentuare ovunque, si vede anche nel (relativamente) piccolo mondo dei fondi tricolori. Il 10% dei sottoscrittori più abbienti possiede oltre la metà del patrimonio complessivo, mentre la metà dei sottoscrittori censiti investe meno di 14.707 euro, ovvero meno del patrimonio singolo medio affidato ai fondi italiani dai risparmiatori.

Una progressiva affermazione delle donne e degli anziani fa capolino invece se si analizza la demografia degli investitori. Le signore sono arrivate a rappresentare il 46% dei sottoscrittori, qualche anno fa erano molto meno rappresentate. Contemporaneamente sale l’età media di chi sceglie le casse comuni: i sottoscrittori tra i 26 e i 35 anni sono scesi dal 15% al 7% mentre gli ultra settantacinquenni sono passati dal 9% al 18%. Un movimento giustificato dall’invecchiamento della popolazione e dalle crescenti incertezze economiche dei più giovani. Anche se sarebbero proprio loro i più bisognosi di investimenti a lungo termine che si possono fare con i fondi.

Non è invece cambiata di molto negli ultimi sedici anni la distribuzione geografica: il 65% abita nelle regioni del Nord, il 18% nel Centro Italia e il restante 17% nel Sud e nelle Isole. Alla fine del 2015, l’anno a cui si riferiscono i dati dell’ultimo quaderno di Assogestioni, i livelli di partecipazione regionale più elevati appartengono all’Emilia Romagna (16,2%), seguita da Liguria (15,8%) e Lombardia (15,7%).

Che cosa comprano i fondisti? Il prodotto più gettonato dal 35% del campione sono i fondi flessibili, quelli che lasciano carta bianca (o quasi) al gestore. Tengono gli obbligazionari: il 33% ha almeno il 70% del patrimonio in fondi dedicato ai prodotti che puntano sui bond. Perdono terreno i vecchi bilanciati (4%) e gli azionari fanno la parte del leone in pochi casi (8%).

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