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Il 29 marzo comincia la partita di Brexit

Il B-day non è più un giorno che verrà. Alle 11.45 di ieri con un comunicato di poche righe Londra ha messo fine a mesi di suspense e appuntato la data del 29 marzo sul calendario dell’Europa prossima ventura. Quel giorno giungerà sui tavoli dell’Unione europea la lettera di attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona che regola il recesso degli Stati membri dalla Ue. L’ambasciatore Tim Barrow, rappresentante permanente presso l’Unione per il governo britannico, ha confermato all’ufficio di Donald Tusk, presidente Ue, il prossimo arrivo di una missiva che è in volo virtuale dal 24 giugno del 2016, giorno dell’esito del referendum sulla Brexit. Quella stessa mattina, mercoledì della prossima settimana, è previsto che Theresa May rivolga un discorso alla nazione davanti all’uscio di Downing Street e poi alla Camera dei Comuni dove traccerà gli obbiettivi che Londra si pone in vista del confronto con Bruxelles.La liturgia delle formalità istituzionali è stata rispettata fino al dettaglio, il ruolino di marcia che il Regno Unito si era dato anche. Con la mossa di ieri il governo di Theresa May ha voluto anticipare ai mercati le mosse del governo per attutirne le eventuali conseguenze. Missione riuscita metà perché la sterlina, al momento dell’annuncio, ha perso lo 0,4% sul dollaro, rimanendo debole nel corso delle successive contrattazioni. Fino ad ora, lo ricordiamo, la Brexit ha marginalmente colpito l’economia del Regno, solida oltre ogni aspettativa. Solo il pound ha sofferto una svalutazione di circa il 17% sul dollaro dal giorno del referendum, agevolando le esportazioni.
Brexit si farà e nella versione più dura possibile come ha detto la signora premier nell’atteso pubblico intervento davanti ai diplomatici e media nel gennaio scorso. La storia delle relazioni euro-britanniche conosce una tappa storica, ma la partita vera comincia solo adesso e rispettare la tempistica scandita dall’articolo 50 non sarà facile. Formalmente ci sono due anni di tempo che possono essere eccezionalmente estesi in caso di accordo fra le parti. La procedura europea ha una sua scansione e i Ventisette hanno bisogno di qualche mese per definire il mandato negoziale da assegnare a Michel Barnier l’ex commissario francese incaricato di rappresentare la posizione dei partner e di misurarsi con David Davis il ministro per la Brexit considerato uno degli esponenti più euroscettici del governo di Theresa May.
Un primato che condivide con il ministro per il commercio internazionale Liam Fox e con quello degli affari esteri Boris Johnson. Intervenendo nel week-end a un programma televisivo David Davis ha mostrato di condividere il senso epocale della trattativa. «Sta per cominciare – ha detto – il negoziato più importante per questo Paese da molti decenni…cerchiamo un nuovo rapporto positivo con l’Unione europea».
Non sarà facile per molti motivi, ma soprattutto perché il calendario è avaro. Davis e Barnier rischiano di sedersi seriamente al tavolo dopo l’estate, presumibilmente dopo il voto tedesco di settembre. Dovrebbero finire entro il 29 marzo 2019, ma il commissario Ue vuole chiudere sei mesi prima per dare il tempo alle capitali di ratificare l’intesa. La finestra rischia di restringersi a un anno o poco più. In questo lasso di tempo si dovrebbe chiarire il prezzo del divorzio – quanto cioè Londra dovrà saldare al bilancio Ue – che si ipotizza veleggi attorno ai 60 miliardi di euro, nonostante la Gran Bretagna non lo accetti. Soprattutto in questi dodici mesi si dovrebbe definire un accordo commerciale globale fra Londra e Bruxelles. Il media-web Politico.Eu ha ricordato nei giorni scorsi che la Groenlandia impiegò tre anni per trattare la sua uscita dalla Ue negoziando, di fatto, su un solo tema: le quote di pesce.
Nuvole pesanti, dunque, con la prospettiva, non affatto agevole, di tempi supplementari. E per Londra il lavoro comincerà subito fin dal 29 marzo quando inizierà a occuparsi di legislazione secondaria e di recepire almeno quindici leggi per gestire al meglio il trapasso dall’Europa all’alba di una nuova ”indipendenza”. O di quanto, così, vuole far credere.

Leonardo Maisano

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