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Il 24 via libera a Ubi per le good bank Mediobanca, un piano per crescere

Giovedì 24 novembre il Supervisory board della Bce esaminerà, alla presenza della responsabile Daniele Nouy, la proposta di acquisto presentata da Ubi verso tre delle quattro good bank salvate poco meno di un anno fa dalla Banca d’Italia.

I tecnici di Deloitte sono al lavoro dai primissimi giorni di novembre, impegnati in una due diligence che dovrebbe consentire una rapida definizione dei valori in gioco. Quanto trapela è già stato anticipato da Corriere Economia del 31 ottobre: esiste ed è confermata una disponibilità di massima da parte di Ubi a chiudere l’acquisizione del pacchetto che comprende Banca Popolare dell’Etruria, Banca Marche e CariChieti, ma l’operazione dovrebbe consentire il rispetto di alcuni punti che la banca guidata da Victor Massiah non è disposta a discutere ulteriormente.

A fronte della disponibilità ad un aumento di capitale inferiore a 500 milioni di euro (tra 250 e 400 sono le cifre che circolano), il prezzo riconosciuto per i tre istituti sarà puramente simbolico (un euro) – con buona pace di quanti speravano in un rientro almeno parziale degli 1,8 miliardi pagati dal sistema creditizio nazionale un anno fa –, perché Ubi non è assolutamente disponibile a mettere in discussione i propri ratio patrimoniali.

IndicatoriOggi l’indicatore Cet1 ratio è superiore all’11 per cento, un valore di assoluta sicurezza e nessuno del vertice della banca è propenso verso operazioni che possano far scendere quel valore. Anche per questo Ubi ha aggiunto nella propria offerta il riconoscimento del diritto di compensare le perdite che si andranno ad acquisire con gli utili futuri (vantaggio fiscale) e la validazione dei modelli avanzati utilizzati internamente alla banca.

Se dalla riunione del Supervisory board della prossima settimana usciranno indicazioni univoche di accoglienza dell’offerta lombarda, la transazione si potrà chiudere in tempi brevi, forse già all’inizio del nuovo anno, addirittura prima secondo alcuni.

Intanto, venerdì scorso, Ubi ha scattato la fotografia più recente della propria situazione contabile: al 30 settembre scorso l’utile netto trimestrale è stato di 32,4 milioni di euro, che si annacqua però nella perdita contabile imputata al 30 giugno che considera gli oneri futuri del piano industriale in essere e che si concluderà nel 2019.

FotografieGuardando gli esiti trimestrali delle otto principali banche italiane – abbiamo considerato solo le Spa quotate in Borsa al 30 settembre – il sistema ha prodotto nei primi nove mesi dell’anno utili netti per complessivi 1.746,3 milioni di euro. Una cifra importante ma nettamente inferiore ai 5.654,4 milioni registrati nei primi nove mesi del 2015. Da un anno all’altro nelle casse delle otto banche considerate sono venuti a mancare utili netti per complessivi 3.908,1 milioni di euro. Quasi quattro miliardi che non sono entrati in cassa, deviati verso i più disparati concorrenti o serviti a chiudere qualche conto con il passato.

Nella tabella di questa pagina si può vedere come nella progressione trimestrale i risultati siano frequentemente erosi: la maturità del modello industriale si scontra con le difficoltà del momento. A settembre, secondo le elaborazioni della Banca d’Italia, sono calati i prestiti alle imprese a 783,3 miliardi di euro, il valore minimo dei tempi recenti, che conferma un trend in continuo calo, erano 784,2 miliardi in agosto. Il ciclo produttivo è sotto stress. Per questo non basta la timida diminuzione delle sofferenze che si è registrata (198,8 miliardi le lorde, -1,2 miliardi su agosto; 85,1 le nette, -200 milioni su agosto), per festeggiare.

Le dimensioni contanoEd è in questa logica che le dimensioni degli istituti di credito diventano un fattore strategico determinante. Lo sono già per Intesa Sanpaolo che da diversi trimestri viaggia su utili ragguardevoli – mai meno di 200 milioni di utili netti al mese – e che in nove mesi ha messo in cassa utili netti per 2,335 miliardi di euro; così come per Unicredit che pure alla vigilia di una severa riorganizzazione e ad un aumento di capitale non banale, ha presentato 1,768 miliardi di utili nei primi nove mesi dell’anno.

Le due big sono quelle che sopportano meglio l’usura dei mercati. Lo scorso anno Intesa e Unicredit avevamo cumulato in nove mesi 4.267 milioni di utili netti. Quest’anno si sono stabilizzate a 4.103 milioni. Una differenza evidente, 164 milioni di euro, ma percentualmente sopportabile (-3,84 per cento), soprattutto nel confronto con i competitor . Dietro a queste due realtà le difficoltà sono concrete. Lo sono soprattutto per quanti hanno dovuto fare ancora i conti con il passato, svalutando poste di bilancio (Mps, Banco, Bpm, Carige). È però un momento di importante discontinuità. Fra meno di 50 giorni Popolare di Milano e Banco Popolare saranno un tutt’uno nella terza banca italiana. Ubi è pronta a crescere dimensionalmente per linee esterne grazie all’acquisizione di Etruria, Marche e Chieti. Dopo la prossima trasformazione in Spa è possibile che altre banche (Creval, Bper) intraprendano un percorso comune. Le altre dovranno adeguarsi. Il ticket verso una nuova prospettiva è oneroso da pagare, ma non più rinviabile.

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