Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

21 Investimenti: terreni e vini Il made in Italy per la finanza

Alle nove del lunedì, Alessandro Benetton è già al secondo appuntamento. Sul tavolo un foglio di appunti, una matita, la tisana calda. La sua 21 Investimenti entra nel venticinquesimo anno di attività. La scommessa aperta nel 1992 va vinta quotidianamente e anche se da vent’anni garantisce agli investitori un Irr – Internal rate of return , tasso interno di rendimento – superiore al 20 per cento, non c’è motivo per rallentare: «siamo una struttura piccola, molto specializzata, focalizzata sulla creazione di valore. Cerchiamo di non farci distrarre…».
B enetton, qual è lo stato di salute delle piccole e medie imprese italiane?
«I paradigmi classici, con l’arrivo delle nuove macro-economie orientali e delle nuove tecnologie, si sono dimostrati inadeguati. In molti lo hanno capito ed è a queste aziende che noi guardiamo: con 21 cerchiamo di fare della discontinuità un mestiere. Per ora sta andando bene».
Lei però è un imprenditore particolare. Entra di qua, esce di là, l’aspetto finanziario non è secondario…
«No, non lo è, ma è sempre finalizzato alla attività industriale. Il focus è lì, nell’impresa e nella creazione di valore».
Però voi siete partner finanziari…
«Un po’ particolari. Ecco, quando subentriamo – e questo lo dico sempre ai ragazzi – se noi pensassimo di poter sostituirci all’imprenditore che da 20-30 anni è lì e fare meglio il suo mestiere saremo fuori strada. L’imprenditore conosce il business e la macchina industriale meglio di chiunque altro. Non è sostituibile. La nostra prospettiva deve essere quella di decodificare in modo differente il ruolo del management e della proprietà».
Il segreto?
«Il nostro è un mestiere che si arricchisce della lateralità di pensiero. Vogliamo aggiungere valore, mostrare prospettive… Alla fine vendiamo conoscenze».
Riceverà molte proposte di investimento. Cosa cerca nei dossier? Cosa la fa decidere?
«La crescita dell’impresa è un mantra. L’impresa è come una pianta, se smette di crescere muore».
Il fattore più importante?
«Forse, alla fine, quello che conta maggiormente è la possibilità di essere veloci, la velocità nell’adattarsi ai cambiamenti che sono in corso. In natura gli animali che sopravvivono sono i più veloci, non sono né i più grandi né i più piccoli…».
Veniamo al portafoglio di partecipate. Siete da poco usciti da The Space Cinema e PittaRosso.
«Lei diceva che per noi la finanza è centrale, in The Space Cinema e PittaRosso, gli aspetti industriali sono stati determinanti. Uniti alla velocità di cambiamento. Guardi PittaRosso. Abbiamo cambiato il marchio, il modello di business e il posizionamento in tre anni. E questo pur avendo dei soci di minoranza capaci, perché la famiglia Pittarello ha fatto un ottimo lavoro. In tre anni abbiamo triplicato il fatturato, triplicato i margini e occupato 800 persone in più. La creazione di valore è tangibile. La finanza è importante, ma è sempre uno strumento».
Industria prima di tutto?
«È l’idea che mi accompagna dalla fondazione. È il modello che avevo studiato a Harvard con Michael Porter: la convinzione che si potesse aggiungere valore industriale alla piccola e media impresa».
Quali aziende ci sono oggi nel portafoglio del vostro terzo fondo?
«Sono quattro. Viabizzuno illuminazione, un’azienda di meccanica, la Nadella, Forno d’Asolo e Farnese vini»
Perché Farnese? Un altro vino? Ce n’era bisogno?
«Non avevamo mai fatto nulla di simile. E all’inizio molti ci hanno scoraggiato. Ma anche qui si poteva guardare lateralmente non sacrificando né la qualità né il territorio. Noi abbiamo aggiunto competenze nella distribuzione, nel marketing, nel confezionamento. E siamo arrivati a esportare oltre il 90 per cento».
Sarà la prossima azienda da cui uscirete?
«È un’azienda che con noi è cambiata molto. Esporta molto, è ringiovanita. Sa valorizzare i territori di origine del prodotto. Da quando siamo entrati cresce a due cifre sia in termini di fatturato che di redditività».
La regola dei fondi dice: tre anni e si vende. Ci siamo?
«No. Fa però parte della logica che una società che ha un partner come 21 Investimenti per il quarto anno nel capitale possa individuare dei nuovi azionisti. Ma il focus, voglio sia chiaro, è che i nuovi azionisti devono servire all’azienda, altrimenti garantisco che non succederà niente. Il fondo nasce nel 2008, abbiamo sempre sfruttato la possibilità di arrivare al dodicesimo anno di vita. Il 2020 è ancora lontano. È quella l’unica scadenza tecnica».
Cosa state cercando?
«Sentiamo un obbligo morale e anche un interesse economico a far sì che, chi entrerà, abbia prospettive di crescita. I soci fondatori, Valentino Sciotti e Filippo Baccalaro, hanno tutta l’intenzione di rimanere attivi. Il nuovo azionista deve essere in grado lui stesso di continuare il percorso magari con caratteristiche diverse dalle nostre, come è successo con The Space Cinema e PittaRosso, che continuano a essere due storie di successo e dove, cosa che mi rende molto orgoglioso, chi ha comperato ha mantenuto il management e questo ha sempre rispettato il budget dato».
Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

«È un falso dilemma» che la Bce abbia un solo mandato e la Federal Reserve due. Anche la Banca ce...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Un intervento normativo finalizzato a favorire il rafforzamento patrimoniale delle società di capit...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Scuola e lavori pubblici, settore residenziale e miglioramento delle norme in fatto di appalti, come...

Oggi sulla stampa