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2017, fuga da Londra le banche traslocano nelle capitali Ue

Se fosse un film dell’orrore, potrebbe intitolarsi: “Fuga dalla City”. È soltanto una reazione a Brexit, ma fa paura lo stesso. Anthony Browne, presidente della British Bankers’ Association, la lobby dei banchieri, scrive sull’Observer quello che fonti, esperti e commentatori ripetono da settimane: le banche della cittadella finanziaria londinese si preparano a trasferire sul continente, in qualche paese dell’Unione Europea, parte delle loro operazioni. «I piani sono già stati fatti, le date decise, le modalità anche» afferma il Ceo dell’associazione. «I banchieri hanno il dito sul pulsante del trasloco». Rispetto alle precedenti indiscrezioni, Browne precisa perfino il momento: le grandi banche internazionali di Londra effettueranno il cambio di sede «entro il primo trimestre 2017», le banche più piccole «entro Natale»..
La ragione è l’incertezza causata dal risultato del referendum del giugno scorso che ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue. E ancora di più l’ansia per i segnali poco chiari o contraddittori dati dal nuovo governo di Theresa May. Il cui messaggio fa credere che il Regno Unito, pur di mettere limiti all’immigrazione, invalidando il sacro principio Ue della libertà di movimento dei lavoratori, finirà per uscire non solo dall’Unione Europea ma anche dal mercato comune. Realizzerà cioè il cosiddetto
hard Brexit, un Brexit duro, totale, anziché negoziare con Bruxelles un “modello Norvegia” o un “modello Svizzera” per restare in qualche modo dentro al singolo mercato. Per mitigare le preoccupazioni di banche e imprese, ora la premier May afferma che cercherà di mantenere «il maggior accesso possibile» al mercato europeo; e un’ipotesi è che Londra proponga di continuare a pagare parte del budget della Ue per ottenere in cambio l’accesso al mercato per determinati settori, a cominciare da quello finanziario. Ma pare difficile che la Ue conceda una sorta di “Brexit alla carta”, fuori dal mercato qui, dentro il mercato lì, che stabilirebbe un precedente destabilizzante. Tra i più colpiti da un hard Brexit ci sarebbe appunto la City, la maggiore fonte di esportazioni britanniche. Le banche perderebbero i
passport rights, il diritto di svolgere operazioni finanziarie senza licenza locale in tutti i paesi della Ue. Perciò, nel dubbio sulle intenzioni del governo May nella trattativa con Bruxelles (il cui inizio è previsto entro fine marzo prossimo), si preparano a spostare parte delle attività e del personale oltre Manica: a Parigi, Vienna, Francoforte (o forse sul versante opposto, a Dublino), dove i “passport rights” resteranno in vigore. Nei giorni scorsi una stima del Financial Times notava che 5500 banche o società finanziarie con base a Londra dipendono da questi “diritti” per un 15-20 per cento del proprio business. Un rapporto di CityUk, altra lobby della cittadella degli affari sul Tamigi, calcola che 70 mila posti di lavoro potrebbero essere trasferiti all’estero. È pericoloso «creare un muro attraverso la Manica dividendo il mercato finanziario europeo in due», ammonisce Browne. Ma potrebbe essere troppo tardi per evitarlo.

Enrico Franceschini

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