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2014, l’anno buio delle parcelle

Tra offerte e controfferte al ribasso e sfruttamento delle strutture legali interne. Il 2014 è stato per il mondo dell’avvocatura l’anno buio dei compensi: un anno sicuramente duro per la forte crisi che ha attanagliato il Paese. E che sulla categoria ha avuto una serie di riflessi anche operativi, come ad esempio la proliferazione delle richieste di pareri di congruità sulle parcelle e la riduzione del numero di praticanti.

ItaliaOggi Sette ha riportato le riflessioni di alcuni esponenti di grandi studi e di tre presidenti degli ordini degli avvocati di diverse parti d’Italia proprio per vedere come il tema dei compensi è vissuto nel Paese.

Franco Agopyan, partner di Chiomenti Studio Legale sostiene che «Il mercato italiano dei servizi legali ha senza dubbio subito l’effetto della crisi finanziaria alla pari di altri settori economici. Al fine di contenere i costi, le aziende italiane tendono da tempo ad avvalersi delle strutture legali interne ed al tempo stesso negli ultimi anni si è assistito ad un calo generale dei compensi riconosciuti ai legali esterni».

Secondo Piergiorgio della Porta Rodiani, partner dello studio Tonucci & Partners, «sempre più spesso i clienti propongono ai professionisti il meccanismo della success fee, molto spesso senza alcun anticipo e senza l’ormai quasi obsoleto “fondo spese”.

Punto dolente in questo periodo di crisi è l’effettivo incasso da parte del professionista dei compensi pattuiti, molto spesso dilazionato nel tempo. Come esperienza personale», aggiunge della Porta Rodiani, «posso dire che oggi si assiste al proliferare di offerte e controfferte al ribasso da parte di molti professionisti, circostanza che svilisce non poco la professione forense e la dignità degli avvocati ».

Oreste Morcavallo, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Cosenza, realtà che bene può rappresentare il Mezzogiorno, sostiene che «nel Meridione ed in ispecie in Calabria, si sta verificando una sorta di concorrenza al ribasso tra avvocati. In effetti gli Enti locali, gli Enti pubblici, le società, le banche, attraverso la pur apprezzabile costituzione di short list, impongono il compenso ai legali applicando il nuovo Regolamento approvato con dm 140/2012 sempre con la massima percentuale di riduzione, senza alcuna valutazione sull’entità e valore della controversia. Da parte dei clienti privati, poi, si va diffondendo, sempre più, l’iniziativa di accordi sull’esito del giudizio, con un limite, tra convenzione regolatrice dell’incarico e cessione della lite, sempre più labile».

E Carlo Orlando, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Perugia, dice che: «Esercitando la professione di avvocato in un’area geografica, quella del centro, caratterizzata da realtà normalmente aventi dimensioni medio-piccole, si osserva che in detta area il tessuto economico-imprenditoriale, del tutto sofferente per via della crisi, comporta inevitabili ricadute verso le professioni tutte, e in particolare per quella legale.

Come presidente assisto quotidianamente ad un sempre più crescente numero di richieste di emissione di pareri di congruità, con riferimento a parcelle non spontaneamente pagate dai clienti. Se a quanto precede», continua Orlando, «si aggiunge che i compensi derivanti da attività professionale prestata sotto l’egida del patrocinio a spese dello Stato non vengono liquidati in tempi ragionevoli (due/ tre anni di ritardo), emerge tutta la drammaticità della situazione in cui versa quella parte di avvocatura che non ha particolare forza contrattuale sul mercato. Aggiungo, ancora, l’ulteriore dato della non sporadicità di colleghi, non solo giovani, che si vedono costretti a trasferire lo Studio professionale presso la propria abitazione, se non addirittura ricorrere alla richiesta volontaria di sospensione».

Ed infine secondo Sergio Martelli, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Varese: «La crisi economica e di identità in cui l’Avvocatura si dibatte da alcuni anni non è facilmente superabile. Dalla lenzuolata del 2006 in cui sono stati aboliti i minimi inderogabili, a tutto vantaggio dei poteri forti, alle ingiustificate riduzioni tariffarie, alle mille complicazioni della nostra attività, ai contributi sempre più cari per accedere alla giustizia, difficilmente il cittadino sceglie oggi di farsi assistere da un avvocato, anche se per la tutela di diritti e interessi importanti.

Il numero degli avvocati – secondo Martelli – non aiuta, ma bisogna chiedere ai politici perché non hanno seriamente pensato di limitare l’accesso alla professione, magari migliorando un esame di abilitazione che ha causato un esodo all’estero, peraltro ritenuto possibile dalla Corte di giustizia Ue. I costi degli studi legali, le tasse, anche previdenziali, sono per tutti sempre più insopportabili e soprattutto incomprensibili, non parliamo per i giovani. Infatti si assiste, almeno nel circondario dove lavoro, ad una diminuzione di iscritti tra i praticanti, al ridimensionamento degli studi ed alla fuga dalla professione, soprattutto per chi sa qualificarsi altrove».

LE PARCELLE ALTERNATIVE

La soluzione a questa generale situazione di crisi, secondo Agopyan: «Va ricercata ragionando su quali possono essere gli obiettivi comuni ed i metodi di convergenza tra consulente e cliente nell’ottica di aumentare il più possibile efficienza e valore per il cliente. Forse – sostiene Agopyan – i compensi alternativi potrebbero fungere da traino all’innovazione degli studi legali stessi e dell’organizzazione del lavoro al loro interno. Per fornire una risposta a una domanda sempre più diffusa da parte dei clienti, sulla scia del mercato legale anglosassone. Alcuni esempi di tali parcelle alternative (c.d. Alternative fee arrangements o Afa), volti ad abbassare o a rendere variabili i costi per il cliente, sono (talvolta combinati tra di loro): la tariffa oraria scontata; la capped fee (compenso calcolato sulla base della tariffa oraria ma soggetto ad un tetto massimo, spesso accoppiato ad una previsione di compenso minimo); la flat fee (vale a dire un compenso a forfeit a prescindere dal tempo dedicato e dall’esito dell’operazione, talvolta diviso per fasi del progetto); la abort/success fee (in cui parte del compenso è variabile all’esito del successo o meno dell’operazione) o altre metodologie quali, ad esempio, pacchetti di ore di lavoro a tariffa predeterminata».

NO ALL’AVVOCATO COMMERCIANTE

E, infine, Morcavallo è convinto che con «la previsione di un preventivo di spesa per il cliente, che con il preannunciato decreto sulla concorrenza potrebbe divenire obbligatorio, ed ancor più con l’eliminazione del divieto del patto di quota-lite e l’introduzione di società multidisciplinari con soci di capitale, il rischio sia quello di trasformare la professione forense in attività imprenditoriale o commerciale con grave detrimento della qualità della prestazione che è fondamento dell’intuitus personae alla base del rapporto avvocato-cliente».

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