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2008. Lo shock

NEW YORK.
La frana dei titoli bancari nel post-Brexit è l’ultimo sussulto di una crisi che riporta alla memoria precedenti ben più gravi. 15 settembre 2008: un assembramento di telecamere circonda il grattacielo al numero 745 della Settima Strada, Manhattan. Riprendono “gli ultimi minuti della Lehman Brothers”, la banca d’investimento che ha appena fatto ricorso al Chapter 11, la legge sul fallimento. Le immagini dei dipendenti che escono con i loro effetti personali nelle scatole di cartone, fanno il giro del mondo. La maggioranza degli americani e degli europei ancora non sospettano la gravità dello shock sistemico che sta per innescarsi, le conseguenze drammatiche che colpiranno l’economia reale, l’ecatombe dei posti di lavoro. In quelle ore si consuma una svolta storica: si chiudono gli anni ruggenti della globalizzazione, il ruolo della finanza finisce sotto accusa, inizia una fase di convulsioni politiche che alimentano populismi fino a fenomeni come Brexit e l’ascesa di Donald Trump.
L’implosione di Wall Street nel 2008 è stata preceduta da segnali premonitori. Nel 1997 la crisi asiatica con le svalutazioni a catena nei “dragoni” dell’Estremo Oriente; nel 1998 il crac dello hedge fund Ltcm salvato con mezzi d’emergenza dalla Federal Reserve di Alan Greenspan; nel marzo 2000 l’esplosione della bolla speculativa di Internet e il tracollo del Nasdaq. Tremori lievi se paragonati al sisma del 2008, seguito dalla più grave crisi dopo la Grande Depressione degli anni Trenta. Ma due studiosi di storia degli shock finanziari, Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart, osservano che i crac diventano sempre più frequenti, sempre più ravvicinati.
Sul banco degli imputati finisce la deregulation finanziaria degli anni Novanta, avallata anche da governi di sinistra sulle due sponde dell’Atlantico. In particolare sono sotto accusa Bill Clinton e i suoi segretari al Tesoro Robert Rubin e Larry Summers: decisero di abrogare la legge Glass-Steagall che separava i mestieri della banca di deposito (che gestisce il risparmio) e dell’investment bank che investe in partecipazioni azionarie e titoli a rischio. La “Terza Via” di Clinton e Tony Blair è sospetta di subalternità al neoliberismo.
E’ una storia che viene da lontano. Risale alla fine degli anni Settanta la diffusione dei titoli derivati, teorizzati da Milton Friedman, premio Nobel dell’economia e patriarca dell’ideologia mercatista. Ha fatto proseliti anche nelle socialdemocrazie europee e nel partito democratico americano, quell’idea che la libertà globale dei movimenti di capitale, e lo sviluppo di strumenti finanziari sempre più sofisticati, moltiplica le opportunitàdi rendimento per i piccoli risparmiatori. Alla lunga il bilancio è diverso. Negli anni Ottanta e Novanta si allargano le diseguaglianze sociali. Wall Street offre la sua scorciatoia per risolvere il problema: credito facile a tutti, anche a chi non può ripagare. Su questo sfondo matura il colossale disastro dei mutui subprime.
All’uscita dalla crisi il processo alla finanza genera nuove tendenze politiche, oltre a una diffusa sfiducia verso “gli esperti” che non hanno previsto nulla. La prima novità in America nasce a destra, è il Tea Party Movement: la scintilla iniziale che lo infiamma è proprio la protesta contro “i salvataggi dei banchieri a spese del piccolo contribuente”, la sua prima manifestazione di massa è a Washington il 12 settembre 2009. Esattamente due anni dopo è la volta di Occupy Wall Street, ispirato a movimenti della sinistra radicale europea come gli Indignados spagnoli e le loro denunce contro “l’Europa dei banchieri”. Il 17 settembre 2011 comincia l’occupazione di Zuccotti Park a pochi metri dalla Borsa di New York. Occupy Wall Street lancia la battaglia contro uno sviluppo economico che beneficia l’“un per cento”, così i ragazzi di Zuccotti Park collegano la finanziarizzazione dell’economia e la crescita delle diseguaglianze. Cavalcando questo tema emerge sulla scena una nuova schiera di politici di sinistra: Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Bill de Blasio. Ma anche a destra la filiazione è chiara, dal Tea Party all’iperpopulista di oggi. Donald Trump, pur essendo un affarista immobiliare il cui business è legato a doppio filo con le banche, si presenta come il paladino della middle class, attacca Hillary Clinton perché “ha ricevuto 675.000 dollari per le sue conferenze alla Goldman Sachs, viene finanziata da Wall Street”.
Barack Obama tra le prime riforme del suo mandato ha incassato la legge Dodd-Frank: mette dei limiti alla speculazione sui derivati, ma non arriva al punto da smembrare le mega-banche, né ripristina la muraglia cinese tra i due mestieri del credito come ai tempi del Glass-Steagall. In tutto l’Occidente le autorità di vigilanza impongono ricapitalizzazioni bancarie. Ma non vengono scongiurati crac come Banca Etruria, scandali come Popolare di Vicenza. E quando arriva lo shock di Brexit, i titoli più penalizzati nella caduta delle Borse sono proprio quelli bancari. La metastasi non è curata. Né le sue manifestazioni più estreme: in 7 anni di ripresa americana, una quota sproporzionata della nuova ricchezza è andata a concentrarsi nell’1% dei privilegiati.
Il legame perverso tra globalizzazione e finanza si sviluppa in altre direzioni. Dopo la crisi del 2008 cresce in Occidente l’indignazione per l’elusione fiscale consentita in modo legale alle multinazionali: si stima in 250 miliardi all’anno il gettito che sparisce. Apple, un simbolo del capitalismo digitale, innovativo e dinamico, con i suoi 200 miliardi di cash esentasse parcheggiati nel paradiso fiscale irlandese, si trasforma in una banca impropria. I bilanci degli Stati soffrono per l’austerity ma i colossi del capitalismo transnazionale pagano aliquote microscopiche rispetto al ceto medio. Le rivelazioni dei Panama Paper sono l’ultima beffa: il Gotha dei miliardari è un pianeta separato, le regole sono diverse per loro. Se questa è la globalizzazione, dice Bernie Sanders, “qualcuno ha truccato il gioco, non siamo più in democrazia, ma in un’oligarchia”.
Federico Rampini
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