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Su 170 miliardi di crediti lo stato ne recupera 7 o 8

Falso in bilancio dello stato. L’accusa, neanche tanto velata, arriva dalla Corte dei conti che nella delibera 7 del 7 aprile certifica che «ogni anno dei 160/170 miliardi di euro circa (di cui 60/70 in conto competenza) che vengono mediamente considerati di riscossione certa, in concreto ne vengono effettivamente riscossi 7/8 miliardi di euro». Nei conti dello stato rendicontati dalla ragioneria risultano, dunque, come crediti valori che difficilmente saranno mai riscuotibili ed è sempre la Corte dei conti a certificarlo, evidenziando che: «non risultando quindi sufficientemente dimostrati i criteri di costruzione delle stime effettuate o comunque delle annotazioni contabili relative alle somme ritenute di riscossione certa (presumibilmente comprensive delle dilazioni di pagamento e, soprattutto, delle somme giudiziariamente controverse, tutt’altro che certe)». È il fenomeno carsico e apparentemente incontrollabile delle poste dei residui attivi e dei resti da riscuotere. La formazione dei residui attivi passa dai 707 miliardi di euro del 2015 ai quasi 890 miliardi di euro del 2019, il che significa un incremento annuale di ben 50 miliardi di euro circa (5/6% annuo). Questi residui dovrebbero ogni anno essere ridotti sulla base del principio che ogni anno trascorso diventa più difficile esigere il proprio credito. Per la voce resti da riscuotere (somme accertate e iscritte in bilancio e non riscosse) si è passati da un valore pari a 536 miliardi di euro nel 2015 a 719 miliardi di euro nel 2019. Il primo richiamo che fa la Corte dei conti è quello di «attivare al più presto procedure che consentano anzitutto di meglio governare la dinamica di incremento annuale dei resti da riscuotere, e conseguentemente l’incremento, in pari misura, delle somme riconosciute assolutamente inesigibili e dei valori di riduzione dei residui in base alla probabilità della riscossione». Una direzione in tal senso, secondo la stessa ragioneria dello stato potrebbe essere l’introduzione a regime, al momento sperimentale, dell’ accertamento qualificato, una posta di bilancio ad hoc nei conti dello stato che registri le voci di credito riscuotibili entro l’arco di un triennio. I resti da riscuotere sono invece le somme che sono state già accertate e iscritte in bilancio, ma non riscosse alla chiusura dell’esercizio di riferimento diversi dai resti da versare che sono invece somme riscosse, quindi soldi incassati. I residui attivi sono la somma di queste due voci quindi sia di crediti riscossi sia di crediti virtuali.

Le soluzioni possibili soprattutto alla luce di una pandemia che pone in primo piano l’esigenza di conti in ordine? Tra le indicazioni fornite dalla corte, il depurare le stime dei residui ritenuti di riscossione certa dalle dilazioni di pagamento e dalle somme giudizialmente controverse e, incerte e, dall’altro, ricondurre ad importi realistici e più aderenti al riscosso effettivo quale risultante anche dai dati storici di entrata; l’adozione di misure che consentano di governare meglio i fenomeni gestionali sottesi al trend di crescita macroscopica dei resti da riscuotere. Provvedere, poi, adeguatamente e tempestivamente alla definizione delle posizioni oramai certamente irrecuperabili, salvaguardando comunque le esigenze dell’erario attraverso la verifica delle situazioni giuridiche sottese alle ragioni creditorie; «si raccomanda», scrivono i giudici infine, «di attuare prassi ordinarie e sistematiche di cancellazione dei crediti arretrati ritenuti inesigibili».

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