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Sono 150 i super ricchi che hanno scelto l’Italia per pagare meno tasse

Milano, Venezia e il glamour dei grandi laghi del Nord: Garda, Como, Maggiore. Chissà se i 150 paperoni stranieri che vogliono trasferire la residenza in Italia – o l’hanno già fatto – e che guardano a queste mete come al non plus ultra nostrano per la nuova magione, così da pagare l’imposta fissa da 100 mila euro, aiuteranno davvero il Pil locale di Cernobbio, Bellagio o di via Montenapoleone. Fatto sta che la misura introdotta dal governo Renzi nella legge di Bilancio del 2017 ha proprio quello scopo. Attirare qui un pezzo di bel mondo, milionari ( o anche miliardari) e i loro entourage. Così che possano consumare, comprare case, ville, barche, quadri, cavalli. Giocare a golf e regalare gioielli. E far impennare Iva, Imu, addizionali locali, imposte di registro.
Non di flat tax si tratta. Perché la tassa piatta è comunque proporzionale, come quella proposta da Forza Italia ( 23%) e Lega (15%) in campagna elettorale: chi più ha, più versa. Mentre questa che tecnicamente si chiama “imposta sostitutiva per i nuovi residenti” – conviene ancora di più, proprio perché è un forfait. Un balzello fisso da 100 mila euro sui redditi prodotti all’estero – di qualunque entità siano – da chi non ha mai avuto residenza in Italia, almeno in nove degli ultimi dieci anni, e vuole trasferirsi ora. Sfruttando pure la convenienza di coppia: se si aderisce, il congiunto versa solo 25 mila euro (e per 15 anni, tanto quanto vale lo sconto). Un affare. Anche perché nessuno obbliga il riccone ad avviare un’attività in Italia, approdo solo di bella vita, aria buona e prelibatezze del palato. Né tanto meno a dichiarare quanti soldi fa all’estero e come.
A quanto riferisce Fabrizio Pagani, capo della segreteria tecnica del ministro dell’Economia Padoan, in un’intervista a Bloomberg, tra i 150 spuntano ricchi veri da «centinaia di milioni» di reddito. «Ci sono persone del Regno Unito, Svizzera, Russia, Stati Uniti. E anche qualche norvegese e olandese». Alcuni sono «collezionisti » . Molti provengono « dal mondo della finanza», come è intuitivo immaginare. « Il numero di 150 è davvero buono, visto che si tratta del primo anno di applicazione della norma», spiega Pagani. Ma potrebbe crescere « esponenzialmente » , considerato l’alto appeal di una misura analoga messa in campo dal Portogallo. E comunque si tratta di gente «ricca, molto ricca».
L’Agenzia delle Entrate si mostra più prudente sulle cifre: «Ad oggi non conosciamo il numero esatto di quanti si sono già trasferiti in Italia. Lo sapremo dopo maggio, quando compileranno la dichiarazione dei redditi e verseranno in un’unica soluzione i 100 mila euro » . Per ora dunque, con ogni probabilità, i 150 hanno presentato solo un interpello, la domanda al Fisco italiano. Una cosa è certa. I redditi eventualmente prodotti qui dai paperoni saranno soggetti alla normale tassazione italiana. Benché sia poco probabile che i super ricchi decidano di avviare business italiani ( l’incentivo vale solo per le persone fisiche e non per le imprese). D’altro canto, gli studi fiscali che li hanno consigliati puntano a un solo obiettivo: far pagare al cliente i 100 mila euro in Italia, per non versare nulla nel paese estero dove ricava reddito.
Esito tutt’altro che scontato. In letteratura e dottrina si discute se considerare i 100 mila euro come gettone di rappresentanza e basta (e in questo caso si applicano le norme anti- elusive, dunque il ricco pagherebbe in Italia e fuori, una beffa) oppure come effettivo adempimento del dovere fiscale. Vale la pena correre il rischio, evidentemente. Almeno per quei 150.

Valentina Conte

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