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15 mila miliardi in pancia alle società di comodo

Gli investimenti esteri in Lussemburgo sono pari al 6.000% del pil, corrispondenti a 3 mila miliardi. A Malta si supera il 1.700% e a Cipro il 905%. Tutti soldi che in gran parte non finiscono nell’economia reale ma in società di comodo, letterbox company, shell company. Nomi diversi per definire lo stesso fenomeno: gusci vuoti che non contengono nessuna attività economica vera ma strutture giuridiche utilizzate per molteplici scopi che vanno dall’evasione fiscale al riciclaggio di denaro sporco o allo sfruttamento dei diritti dei lavoratori. Strutture giuridiche che utilizzate in combinazione con altri strumenti, come i trattati fiscali internazionali o i bassi requisiti di trasparenza, possono comportare grossi rischi. Secondo uno studio presentato al parlamento europeo nell’ottobre del 2018 dalla commissione speciale sull’evasione fiscale Tax3, il rischio principale legato alle società letterbox (letteralmente «cassette delle lettere», cioè società che sono dei puri indirizzi) è la segretezza che «permette loro di essere un veicolo di evasione fiscale e riciclaggio di denaro sporco». A cui si aggiungono anche i rischi legati alla possibilità di creare e utilizzare società di comodo per accedere al trattamento preferenziale offerto dalle convenzioni fiscali internazionali o dai trattati internazionali in materia di investimenti, così come per aggirare gli obblighi della direttiva Ue sui lavoratori distaccati.

Gli ultimi dati del Fondo monetario internazionale, pubblicati in uno studio pubblicato a inizio settembre (si veda ItaliaOggi del 10 settembre 2019), evidenziano che un terzo degli investimenti al mondo, per un valore totale di 15 mila miliardi di dollari, è costituito da capitali spostati in società di comodo. Quasi il 40% degli Investimenti diretti esteri (Ide) o Foreign direct investment (Fdi) passa da società letterbox senza «nessuna attività di business reale». E quasi la metà di questi capitali si trova proprio in due paesi dell’Unione europea: Lussemburgo e Paesi Bassi. Investimenti diretti esteri costituiti da capitali «fantasma» destinati a ridurre al minimo gli oneri fiscali delle società piuttosto che a finanziare attività produttiva. Uno strumento di ingegneria fiscale, «spesso per ridurre al minimo la pressione fiscale globale delle multinazionali», come riportano i ricercatori dell’Università di Copenaghen (Jannick Damgaard, Thomas Elkjaer e Niels Johannesen) che hanno condotto lo studio Fondo monetario internazionale. E gli stessi numeri vengono confermati dal parlamento Ue.

Data la generale mancanza di dati sul numero di società letterbox esistenti, possibili indicatori della presenza di società di comodo sono gli indicatori macroeconomici:

  • il numero di imprese di proprietà straniera;
  • il rapporto tra investimenti diretti esteri (Ide) e pil;
  • il divario di redditività tra imprese estere e nazionali.Analizzando le statistiche presentate dal Parlamento europeo (su dati del 2015), per quanto riguarda le società di proprietà straniera, il record va al Regno Unito con 227 mila, seconda Estonia con 33.500 e terza Romania con 30 mila. Per gli investimenti diretti esteri, invece, al primo posto troviamo i Paesi Bassi con 3.500 miliardi in entrata, Lussemburgo con 3 mila miliardi in entrata e Regno Unito con 1.200 miliardi (l’Italia si trova al nono posto con poco meno di 500 miliardi). Questi dati vanno ulteriormente confrontati in relazione al pil del paese (si veda il grafico in pagina). Il dato che emerge, un campanello d’allarme, è la relazione tra investimenti esteri e il pil del Lussemburgo che tocca il 6.000% del pil del paese.

    Quali sono le ragioni di questa canalizzazione di così tanti fondi verso un paese così piccolo? Secondo il Parlamento europeo, le motivazioni possono essere diverse: la prima riguarda la natura fiscale, la seconda e la gestione di operazioni complesse che consentono il finanziamento interno delle imprese multinazionali. A questo proposito, un documento del Fmi (Spillovers in International Corporate Taxation, IMF Policy Paper, 9 May 2014) rilevava che «i comportamenti in materia di investimenti internazionali aggregati sono fortemente caratterizzati da considerazioni di natura fiscale». I paesi noti per i regimi fiscali attrattivi e le vaste reti di trattati sono in genere i «canali attraverso i quali passano gli investimenti». Anche l’Ocse già nel 2008 osservava che, poiché alcune strutture giuridiche possono essere relativamente economiche da creare e mantenere, possono offrire «vantaggi fiscali, normativi e di riservatezza».

    Come ha dichiarato il commissario per gli affari economici e finanziari Pierre Moscovici nel presentare le relazioni del semestre europeo a marzo 2018, «queste pratiche [….] hanno il potenziale per compromettere l’equità e la parità di condizioni nel nostro mercato interno e aumentano l’onere per i contribuenti europei». Nello stesso discorso, il commissario ha sottolineato la questione della pianificazione fiscale aggressiva in sette paesi dell’Ue: Belgio, Cipro, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Lussemburgo, Malta e Paesi Bassi.

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