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«I fondi europei non sono un regalo: spendiamoli bene»

 «Non è un regalo ma un prestito, e dunque dovremo metterci nelle condizioni non solo di restituirlo ma anche di creare tutto il valore possibile». Semplifica ma non banalizza Paolo Scaroni, deputy chairman di Rothschild Group: con i 209 miliardi in arrivo dall’Europa, l’Italia – ragiona il manager già a capo di Enel ed Eni – è attesa da una prova di sana e prudente gestione come quella che tocca a ogni impresa che vada in banca a chiedere un prestito. La chiave è sempre nei buoni investimenti. Perché se è solo così che un imprenditore può garantirsi il miglior utilizzo possibile dei fondi ricevuti, altrettanto vale per un paese «mai come ora chiamato non solo a investire sul proprio futuro ma anche a rendersi più attrattivo per gli investitori». Il primo passo? Scaroni non ha dubbi: «Le infrastrutture. Perché qui non si sbaglia mai: nel breve periodo si creano posti di lavoro, nel lungo si rende il sistema più efficiente e competitivo».

Il Governo ha messo a punto oltre 500 progetti. Li ha visti?

Sì, e ho notato che si concentrano su filoni giustamente prioritari come l’istruzione, il lavoro, la decarbonizzazione: sono fronti su cui si doveva investire prima, figuriamoci adesso. Ma il problema secondo me è un altro.

Quale?

C’è un equivoco di fondo sulla natura di queste risorse: dei 209 miliardi che l’Italia riceverà, solo 30 possono essere considerati a fondo perduto. Tutto il resto andrà restituito, e per un Paese fortemente indebitato come il nostro non è un dettaglio: non possiamo permetterci di sprecare neanche un euro o sarà un disastro.

Addirittura?

Vede, l’Italia ha la grande occasione di poter beneficiare della terapia d’urto pensata dall’Europa per guarire la sua economia dagli effetti del Covid. Ma a differenza di Francia, Germania o Spagna noi soffrivamo già prima e da anni di un problema di crescita troppo bassa. O se ne approfitta per curarsi una volta per tutte o ci condanniamo definitivamente all’agonia.

Le idee, però, ci sono. E l’Europa ci batterà il tempo.

Ma abbiamo di fronte uno sforzo titanico, di cui non colgo il senso di urgenza.

La preoccupa di più la fase di progettazione o la messa a terra?

Entrambe. Politicamente, non vedo ancora il coraggio di scelte nette, che a volte comportano il costo politico di rinnegare slogan su cui si sono vinte le elezioni. Dal punto di vista operativo, invece, mi chiedo se disponiamo di tutte le risorse tecnico burocratiche necessarie: temo che vengano fuori i limiti di una classe dirigente statale su cui investiamo troppo poco da troppo tempo.

A proposito di investimenti: su cosa c’è da concentrarsi?

Sullo sforzo di rendere l’Italia un Paese attrattivo per chi fa impresa. Io per primo se avessi 50 milioni da investire in un progetto industriale non sono sicuro che sceglierei l’Italia: dal punto di vista fiscale, giudiziario e delle flessibilità del lavoro, vedo un clima ancora poco favorevole all’impresa.

Ha citato il fisco: anche lei pensa che occorra cogliere quest’occasione per una riforma radicale?

Per forza. L’Italia oggi è il paradiso fiscale dei ricconi nulla facenti, tra cedolari secche sugli affitti e aliquote incentivate su BTp e investimenti mobiliari, per non parlare dell’imposta di successione sostanzialmente inesistente. Mantenere questa situazione inaccettabile è un segnale inequivocabile del nostro immobilismo, di essere così affezionati al nostro Paese e alla qualità della nostra vita da pensare che alla fine non ci sia ragione di cambiare: la verità è che oggi è il mondo che ci chiede di cambiare, non siamo più noi a poterci permettere di scegliere.

Parliamo dei mercati: il rischio Italia oggi non esiste più?

Per un po’ sarà un tema di secondo piano, grazie alla Bce e al Whatever it takes della Commissione europea. Ma il vantaggio di oggi rischia di trasformarsi in un doppio danno domani se la nostra economia continua a fare passi indietro.

Alcune partite legate agli investimenti, in particolare quelli infrastrutturali, coinvolgono attori di mercato: l’Italia sarà capace di un dialogo costruttivo o teme una deriva demagogica?

Il dialogo è necessario. Ogni tanto vedo da parte del governo posizioni ideologiche, ma ho l’impressione che ci sia sempre più attenzione alla molteplicità degli interessi coinvolti in queste partite. E comunque guardo con indulgenza a questa disinvoltura, tipica di una classe politica che ha fatto della sua distanza dai centri di potere un punto di forza: in casi come questi ci si rende conto di quanto siano importanti politici e tecnici di carriera.

Lo Stato sta moltiplicando i suoi interventi in economia, compreso l’ingresso nel capitale delle aziende. È una deriva che la preoccupa?

In Enel ed Eni ho vissuto l’esempio di uno Stato azionista rispettoso. Se lo Stato imprenditore è quella roba lì, se si esprime solo in Assemblea nominando peraltro un management competente e riconosciuto dal mercato, non c’è alcun problema.

Analogo attivismo si vede dai private equity, che dopo una breve pausa hanno ripreso il loro shopping in Italia. C’è da fidarsi?

È un fenomeno inarrestabile a livello globale, innescato dalla massa di liquidità senza precedenti che cerca un approdo. Personalmente non sono negativo, anzi: i fondi di norma introducono nelle aziende che acquistano professionalità e visioni che prima non c’erano: in quest’ottica rappresentano un’occasione. Bisogna evitare che alla fine ci sia una cessione in blocco del meglio del made in Italy, ma ormai abbiamo gli strumenti per evitare che accada.

Da presidente del Milan, pensa che quella dei private equity sia un’occasione anche per il calcio?

Vale lo stesso discorso: credo che i grandi club abbiano tutto l’interesse ad avere al loro fianco un investitore finanziario che li accompagni in un processo che, da soli, non sono finora riusciti a compiere.

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