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JP Morgan & co si preparano alla mareggiata degli Npl

I bilanci delle banche con significativa presenza a Wall Street, nonostante il clima di crisi, hanno potuto trarre sollievo dalle attività legate alla volatilità sui mercati. JP Morgan ha battuto attese ridimensionate con utili per azione di 1,38 dollari contro gli 1,15 previsti e le entrate sono salite del 15% a 33 miliardi contro i 30 anticipati. A trainare i risultati è stato il record nel trading: le revenue della divisione sono aumentate del 79%, spingendo a rialzi del 66% l’intera corporate e investment bank. Il reddito fisso è più in dettaglio raddoppiato a 7,34 miliardi e l’azionario è salito del 38% a 2,38 miliardi; l’investment banking è a sua volta raddoppiato a 3,4 miliardi. Anche Citigroup, le cui entrate sono lievitate del 5% a 19,77 miliardi, ha battuto le attese con utili per azione di 50 centesimi contro i 35 previsti. Se le attività al consumo hanno risentito di cali del 10% a 7,34 miliardi, la corporate e investment bank ha riportato ricavi cresciuti del 21% a 12,14 miliardi. Il trading ha conosciuto un incremento nelle revenue del 55%, con il reddito fisso salito del 68 per cento. Wells Fargo ha invece deluso: ha perso 66 centesimi per azione rispetto ai 16 previsti. La banca, considerata molto esposta a attività tradizionali di prestiti e reduce da scandali sulle pratiche di business, ha risentito di una flessione delle entrate, diminuite del 17% a 17,84 miliardi.

Scattano nuovi maxi-accantonamenti da pandemia per le banche americane: JP Morgan, Citigroup e Wells Fargo, nei bilanci del secondo trimestre dell’anno, hanno riportato aumenti collettivi delle riserve per 28 miliardi di dollari, destinati a coprire le potenziali valanghe di perdite e prestiti in sofferenza provocate da una crisi dalle prospettive incerte. Il principale istituto statunitense per asset, JP Morgan, ha stanziato 10,47 miliardi, per oltre metà legati all’attività al consumo, seguito da Wells con 9,57 miliardi e da Citi con 7,9 miliardi. Compresi gli stanziamenti decisi nei primi tre mesi del 2020, il totale quest’anno per i tre istituti sfiora i 50 miliardi.

Gli accantonamenti, in un segno della crescente preoccupazione, sono stati superiori alle previsioni: gli analisti anticipavano 25 miliardi da parte di tutti e sei i leader bancari statunitensi, un’elite che comprende Bank of America, Goldman Sachs e Morgan Stanley. E affiorano interrogativi se questo sia o meno il picco: la recrudescenza del virus sta spingendo a brusche ritirate nell’apertura dell’economia americana, dal Texas alla California, e solleva lo spettro di continui, gravi rovesci per famiglie e aziende. Il chief executive di JP Morgan, Jamie Dimon, ha ammesso che «esiste molta incertezza sul cammino dell’economia». E ha aggiunto che «questa non è una normale recessione, la parte recessiva la dobbiamo ancora vedere» pur affermando che la banca può contare su un «bilancio da fortezza». L’ad di Wells Fargo, Charles Scharf, ha rincarato che «la nostra visione su durata e severità della crisi è peggiorata considerevolmente».

Le neo-riserve hanno pesato sui conti trimestrali: i profitti di JP Morgan sono caduti del 51% a 4,69 miliardi; quelli di Citi del 73% a 1,32 miliardi; e Wells ha riportato la prima perdita in oltre un decennio, 2,38 miliardi. Performance e outlook hanno mantenuto alto il nervosismo tra gli investitori: da inizio anno il titolo di JP Morgan in Borsa è in calo del 30%, Citi del 35% e Wells Fargo ha dimezzato il suo valore. Wells ha ora annunciato anche drastici tagli al dividendo trimestrale, nel rispetto delle regole della Federal Reserve che dopo i recenti stress test bancari, per difendere la solidità del sistema finanziario, ha messo al bando buyback azionari e stabilito che le cedole non superino la media dei profitti dei precedenti quattro trimestri.

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