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130 anni, Banca Passadore. Salotti e blockchain

Il nuovo piano strategico avrà un obiettivo peculiare oggi per una banca: restare se stessa, più hi-tech ma non troppo. Niente cambi di business model, niente tagli anzi nuove assunzioni, nessuno stress sul rapporto fra costi e ricavi, nessuna chiusura di sportelli bensì una o due nuove aperture, niente outsorcing. Nessuna acquisizione ma anche nessuna vendita. Neppure di Npl, cioè di crediti deteriorati, perché qui il problema non c’è.

Non stiamo parlando di una big del credito né di una boutique di investment banking: la banca è la genovese Passadore — costituita nel 1888 da Luigi guardando anche alla banca di proprietà svizzera dove aveva lavorato in precedenza — che il 13-14 luglio festeggerà il 130esimo anniversario e l’inaugurazione della filiale di Portofino con un concerto e una performance di Roberto Bolle. L’amministratore delegato Francesco Passadore, il fratello Augusto, presidente della banca, e il direttore generale Edoardo Fantino accoglieranno i 600 ospiti nella due giorni di eventi che scompiglia un po’ la tradizionale riservatezza (qui resta in vigore la regola di Enrico Cuccia: il peccato mortale per un banchiere è…parlare, e infatti mai un’intervista) ma l’occasione è eccezionale. Tra gli invitati c’è Carlo Cottarelli, neo presidente dell’advisory board della banca che, chiamato a Roma dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella per il (breve) incarico di formare un governo, ha dovuto «rinunciare» alla prima riunione del comitato.

La fedeltà alla propria identità per la Passadore, che si colloca al 60esimo posto nella graduatoria dei 120 gruppi creditizi, ha una ragione di fondo: il modello, un po’ particolare. Anzitutto è una delle poche ancora sul mercato che può definirsi «privata e indipendente»: non restano molti istituti nel Paese che fanno capo, per proprietà e gestione, principalmente alla famiglia fondatrice. In secondo luogo l’istituto, che non ha mai chiuso un esercizio in perdita, si rivolge sì a una clientela affluente di imprenditori e professionisti che hanno aziende e patrimoni, ma è una banca retail: gli impieghi negli ultimi sei anni sono aumentati del 36%. È locale, radicata a Genova, ma non è proprio «di territorio». Sia perché lavora anche con le grandi imprese come Fca, Poste, Ferrero, Barilla, Leonardo, Eni e Cdp. Sia perché dal 1995 ha aperto filiali, oggi in tutto 25 compresa Portofino, soprattutto fuori dalla Liguria: a Milano (in Piazza San Babila al primo piano, sopra il Sant Ambroeus) Torino, Parma, Firenze, Brescia, Aosta, Roma, Alba. Non più di una anche nelle grandi città, riservando al capoluogo Lombardo il «privilegio» di ospitare l’unica direzione fuori dal quartier generale di Genova, quella finanziaria. E si tratta di filiali pesanti (l’investimento medio è di 1-1,5 milioni) anzitutto in termini di personale, e tali intendono restare. Niente sportelli light e robot-advisory: il cliente, sottolineano i vertici dell’istituto, deve trovare accoglienza e consulenza in un ambiente che, salvo poche eccezioni, replica quello della sede centrale. Un palazzo che, quando è stato inaugurato nel 1965, ha ricevuto l’attenzione anche per un particolare che ancora non sfugge: nel parcheggio sotterraneo era ed è in funzione un autosportello «drive-in». Vintage? Non secondo un banchiere cinese che di recente, in un incontro con i Passadore, ha detto: «Ecco, questo è il futuro».

Per identificare ciò che viene definito dai vertici il «modello Passadore» occorre però sottolineare ancora tre aspetti. Il primo è la ripartizione dei ricavi: un terzo proviene dall’attività retail, un terzo dai servizi di investimento e un ultimo terzo da quelli operativi. Un equilibrio che sembra funzionare, tanto è vero che negli ultimi sei anni l’istituto ha chiuso i conti con utili record: dai 10 milioni del 2012 ai 16,4 del 2017. Il pay out è al 45%: la maggior parte dei profitti torna in banca.

In secondo luogo l’It, cioè l’informatica, è in house, cioè di proprietà e gestione della banca. Una scelta che risale agli anni Sessanta, con il cambio della sede. E oggi in Passadore ci sono 43 ingegneri informatici e analisti, pari all’11% del personale complessivo e l’investimento annuo in informatica e tecnologie raggiunge il 12% delle spese amministrative. Ciò consente, con i software personalizzati in casa, di dare ai clienti, compresi i più grandi, servizi su misura e in tempi molto brevi. E per questo si guarda con attenzione, fra le tecnologie del futuro, soprattutto alla blockchain. Certo, si aggiunge, per chi parte oggi sarebbe un’opzione impraticabile: i costi sono più alti rispetto all’outsorcing. Ma qui, dove è anche presente un articolato sistema di welfare aziendale (per esempio in banca c’è una palestra) il cost-income al 65% non preoccupa. Ed è un vanto il basso turnover.

Infine la struttura proprietaria. Negli anni Sessanta Alfredo, Augusto e Ugo Passadore, figli di Luigi, fanno entrare due soci, Toro (famiglie Ruffino e Acutis) e Centrale (Bruno), con due terzi del capitale. Più tardi però le società finiscono nell’orbita dell’Ambrosiano di Roberto Calvi. Prima del crac di quest’ultimo Agostino Passadore (figlio di Augusto) rileva e ricolloca le azioni presso un centinaio fra clienti della banca, imprenditori e professionisti, e altri istituti, legati da un patto. Il coinvolgimento dei principali clienti nel capitale sarà replicato in altre città (come Milano e Brescia). Oggi i Passadore detengono il 20%, il resto è ripartito fra circa 170 aziende e gruppi familiari e imprenditoriali con quote quasi tutte inferiori all’1%. Conflitti di interesse e rapporti con parti correlate? Non sembrano un tema né un problema. Qui il rapporto fra sofferenze nette e impieghi è pari allo 0,82%, contro il 3,6% del sistema. Senza però alcuna vendita di sofferenze.

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