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Nel Parlamento-arena tra criceti, sberleffi

ROMA La grande paura di restare al di qua della sottile linea rossa, vita o morte di una maggioranza, è durata un giorno intero. Finché alle 19.42 le lucine sul tabellone di Palazzo Madama hanno detto che sì, i giallorossi di Giuseppe Conte degusteranno il panettone. Non era scontato, nelle ore tumultuose in cui Di Maio accusava Salvini di aver «aperto il mercato delle vacche» e Stefano Lucidi, senatore stellato in fuga, portava in scena mammiferi di altra specie: «Non mi sento un criceto, esco dalla ruota e voto no».

Il Movimento è nel panico, il governo pure,‘a nuttata del fondo salva—Stati è passata con 165 sì, eppure i parlamentari della maggioranza non sono andati a letto tranquilli. Perché i topi e altri roditori scappano, «i numeri ballano» e chissà se è vero che l’azzurro Paolo Romani ha già messo su una pattuglia di dieci «responsabili», pronti a lasciare la Forza Italia di Berlusconi per l’Italia Viva di Renzi.

La maggioranza per adesso tiene, i nervi dei parlamentari meno. Gianluigi Paragone, che non votò la fiducia al Conte II, non sapeva che pesci prendere nel gelido mare del Mes e si è affidato a Facebook, dove ha pescato 16 mila voti e poi ha votato no, come avrebbe fatto il 54% dei suoi amici virtuali. È la politica ai tempi dei social, bellezza, tempi in cui Matteo Salvini può permettersi il lusso di stare in aula il meno possibile e di infiammarla comunque. Il leader del centrodestra dipinge il trattato europeo come un terrificante Babau, Conte come «la copia sbiadita di Monti» e ironizza sul curriculum del premier: «I 32 docenti che hanno detto no al Mes sono tutti professori veri, con concorsi veri. Questi non hanno svenduto la loro coerenza per salvare la loro poltrona».

 

Al mattino, a Montecitorio, la prova generale. Alle 9.30 Roberto Fico attende il premier fuori dall’aula e poiché Conte ama farsi aspettare, il presidente della Camera scherza con i giornalisti: «La notizia di oggi è Gattuso, che va prima al Senato e poi viene da me». Quando il premier attacca a parlare l’emiciclo è ancora mezzo vuoto, segno che il merito del trattato salva—Stati non sta a cuore (quasi) a nessuno. Il leghista Igor Iezzi ha scattato abusivamente una foto e la lancia sul web, per dimostrare «che mentre Conte parla non lo ascolta neanche la sua maggioranza». Alle 10 il prof è ancora lì che dispensa auspici sul Green Deal e moniti sul bilancio Ue («Non accetteremo tagli»), ma lo scranno di Di Maio è sempre vuoto. Che fine ha fatto, il ministro degli Esteri? Sta parlando alla base del M5S, in diretta video da Palazzo San Macuto, poi corre in aeroporto e vola in Albania.

Conte intanto evoca l’Italexit e prova a smascherare il leader leghista. L’aula è sonnolenta e Federico Mollicone di FdI suona la sveglia alla maggioranza: «Vi siete venduti anche l’animaaa!». Ma quando si mette la mano in faccia per mimare un naso di pagliaccio, Fico alza il cartellino giallo: «Deputato Mollicone, ma che gesti fa?». Segue show del leghista Claudio Borghi che cita il «calpesti e derisi» dell’Inno nazionale ed elenca i nomi dei 5 Stelle che avrebbero cambiato idea sul Fondo salva-Stati.

«Faccio paura»

La leader di Fratelli d’Italia ironizza: io sono una terrorista, faccio paura

Ancora niente, se paragonato alla foga con cui Giorgia Meloni fa a pezzi il testo del Mes e la politica estera dei giallorossi. «Non siamo isolati, nooo… siamo rinchiusi in una botola! Mi rispondete? Perché dobbiamo usare i soldi degli italiani per aiutare le banche tedesche?». La «capitana» di FdI, che a forza di studiare ha scavalcato nei sondaggi persino Salvini, si sgola e ironizza su chi in Europa teme una leader sovranista: «Io faccio paura, sono una terrorista». Tutte menzogne, solo menzogne, è la replica del Pd con Piero De Luca. Finalmente si vota e sul tappeto rosso che porta alla buvette Giancarlo Giorgetti dispensa aforismi in greco antico. Che dice onorevole, ci sono i numeri per approvare il Mes? «Panta rei, tutto scorre».

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