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Credito d’imposta in R&S, slalom tra opportunità e rischi

Il credito di imposta per attività di R&S utilizzato in maniera errata può esporre gli imprenditori al rischio delle «manette agli evasori» oppure a semplici sanzioni. La differenza sta nell’interpretazione della normativa. La circolare Assonime n. 23/2019 del 14/11/2019 affronta il tema del regime sanzionatorio ricollegabile agli errori commessi dai contribuenti che usufruiscono del credito di imposta per R&S. L’errore di base, che può esporre gli imprenditori alle riprese fiscali e alle relative sanzioni, è ricollegabile all’aver dichiarato attività di «innovazione» come attività di «ricerca e sviluppo». Assonime esordisce specificando che «la sanzione più appropriata, sia da un punto di vista logico sistematico che da un punto di vista equitativo, dovrebbe essere quella prevista per il credito non spettante, mentre quella più grave per il credito inesistente dovrebbe trovare applicazione solo nelle più circoscritte ipotesi connotate da fraudolenza, quali per esempio quelle in cui l’impresa abbia svolto un’attività che nemmeno in astratto può qualificarsi quale attività di ricerca e sviluppo oppure abbia effettuato meri investimenti in beni materiali e immateriali». Conclude questo passaggio evidenziando che sarebbe comunque auspicabile un intervento, se del caso anche di carattere normativo, per chiarire questo aspetto.

La situazione. Assonime specifica che si tratta di una tematica che interessa la generalità dei contribuenti, in quanto la concreta fruizione della disciplina agevolativa del credito di imposta di cui all’art. 3 del decreto legge n. 145 del 2013 e successive modificazioni presenta difficoltà tali da rendere non marginali i casi di imprese che, nonostante la dovuta diligenza e l’adempimento dei vari oneri documentali previsti al riguardo, incorrono in errori.

Una delle maggiori criticità che le imprese incontrano riguarda l’individuazione dell’appartenenza dell’attività per la quale l’impresa invoca il riconoscimento dell’agevolazione a una di quelle ammissibili.

La valutazione richiede conoscenze di carattere eminentemente tecnico e particolarmente complesse. Assonime fa notare che, nonostante le imprese si avvalgano a tal fine di soggetti terzi altamente qualificati, non sono infrequenti i casi in cui su una medesima fattispecie si registra una diversità di vedute in termini di qualificazione dell’attività svolta dall’impresa.

È lo stesso Manuale di Frascati, al quale l’Agenzia delle entrate fa riferimento, a mettere bene in evidenza che, se è vero che non tutte le attività rientranti nel processo di innovazione possono essere classificate come attività di ricerca e sviluppo, è altrettanto vero che vi sono casi in cui è molto difficile distinguere, tra le varie attività svolte, quelle che devono essere considerate attività di ricerca e sviluppo da quelle che non rientrano in questa definizione. Lo stesso manuale specifica che «è necessario prestare attenzione nell’escludere quelle attività che, nonostante siano parte di un processo di innovazione, non soddisfano i criteri richiesti per poter essere qualificate quali attività di ricerca e sviluppo. Per esempio, le attività relative alla domanda di brevetto e alla licenza, le ricerche di mercato, l’avvio della produzione, le attrezzature e la riprogettazione per il processo di produzione non sono attività di ricerca e sviluppo e non possono essere ritenute parte di un progetto di ricerca e sviluppo.

Alcune attività, quali quelle relative all’attrezzatura, allo sviluppo di processi, la progettazione e la costruzione di prototipi, possono contenere un significativo elemento di ricerca e sviluppo, tale da rendere difficile identificare precisamente cosa deve o non deve essere definito come ricerca e sviluppo.

Questo è vero in modo particolare per la difesa e le grandi industrie come quella aerospaziale. Difficoltà simili possono emergere nel distinguere i servizi pubblici che si basano sulla tecnologia quali l’ispezione e il controllo di alimenti e medicinali dalle relative attività di ricerca e sviluppo».

La risoluzione dell’Agenzia delle entrate. Assonime riporta in primo piano la risoluzione n. 40 del 2 aprile 2019 che ha assunto una rilevanza tale da essere oggetto di un’interrogazione parlamentare a risposta immediata. Con la citata risoluzione, l’Agenzia delle entrate ha escluso dall’ambito oggettivo dell’agevolazione «l’innovazione di processo» come definita e descritta dal Manuale di Oslo, concernente «Guidelines for collecting and interpreting innovation data» (Ocse 2005) e che in materia di innovazione è l’equivalente del Manuale di Frascati in materia di ricerca e sviluppo. Questa riprende la definizione di «Technological process innovation» riportata nel Manuale di Oslo e specifica che l’innovazione non rientra tra le fattispecie ammissibili al credito d’imposta. Ciò su cui si è incentrato il dibattito ha riguardato la portata, innovativa o meno, di queste indicazioni. Il ministero dell’economia e delle finanze, rispondendo alla citata interrogazione parlamentare, ha sostenuto che «con la risoluzione n. 40/E del 2 aprile 2019, l’Agenzia delle entrate non ha introdotto alcuna modifica dei criteri di individuazione delle attività ammissibili al credito di imposta». Sostiene pertanto che quanto sopra si applica fin dal 2015, mettendo molte imprese in una situazione di irregolarità. Alcuni imprenditori che hanno utilizzato il credito di imposta sostengono, invece, che il concetto di «ricerca di conoscenze non note» si inserisce al posto di ricerca intesa come «le attività che hanno comportato miglioramenti significativi a processi (o prodotti) esistenti», valutando la significatività dei miglioramenti in relazione alla situazione preesistente del processo (o prodotto) e introducendo quindi una nuova interpretazione. Nello specifico, l’aspetto oggetto di discussione è proprio il requisito della novità.

L’invocazione dell’incertezza interpretativa. Per questo motivo, per i periodi di imposta 2015-2017 gli operatori invocano, ai fini sanzionatori, l’esimente delle obiettive condizioni di incertezza interpretativa (cfr. artt. 10, comma 3, della legge n. 212/2000 e 6, comma 2, del dlgs 472/1997). In particolare, la disapplicazione delle sanzioni potrebbe essere invocata, secondo Assonime, valorizzando la circostanza che, anche volendo assumere che fosse chiaro sin dall’inizio che ai fini della perimetrazione dell’ambito oggettivo dell’agevolazione assumevano rilevanza le istruzioni fornite dal Manuale di Frascati, è comunque incontestabile che solo nel 2018 l’amministrazione finanziaria ha cominciato a dare indicazioni circa la portata applicativa di tale documento. L’associazione vuole sottolineare come anche le imprese che ab origine hanno effettuato le proprie valutazioni sulla base del Manuale di Frascati si siano comunque trovate in una situazione di incertezza quanto meno nei periodi d’imposta 2015-2017, in quanto non conoscevano la posizione dell’amministrazione finanziaria su questo aspetto e sulla concreta portata applicativa di questa «fonte».

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