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Liti lumaca, indennizzi senza accelerazione

Lo stato risarcisce per il processo penale lumaca, anche se il danneggiato non chiede di accelerare il giudizio.È quanto ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n. 169, depositata il 10 luglio 2019, con cui è stata dichiarata l’illegittimità dell’art. 2, comma 2-quinquies, lettera e), della legge Pinto (n. 89/2001).

Nel caso specifico gli interessati non hanno depositato, una volta superati i termini di ragionevole durata del processo, una istanza di accelerazione del giudizio e questo avrebbe potuto compromettere la possibilità di avere l’indennizzo da parte dello Stato: ciò in quanto la norma impugnata negava l’indennizzo a chi non aveva formalizzato un sollecito.

La Cassazione, coinvolta nel procedimento, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale, che è stata ritenuta fondata dalla Consulta.

La sentenza ha, tra l’altro, ripreso i principi già espressi a proposito dell’istanza di prelievo nei processi avanti ai Tar e al Consiglio di Stato.

Si deve avvisare che la disposizione annullata riguarda casi avvenuti tra il 2012 e il 2015, in quanto la norma, introdotta dall’art. 55, comma 1, lettera a), n. 2, del dl 83/2012, è stata in vigore solo in quel periodo e, poi, è stata implicitamente abrogata, perché non riprodotta nell’art. 2, comma 2-quinquies, della legge Pinto, frutto delle riformulazione a opera della legge di Stabilità 2016.

In particolare la Consulta ha accertato che l’istanza di accelerazione non è un adempimento necessario, ma una mera facoltà dell’imputato. Inoltre l’istanza non ha efficacia effettivamente acceleratoria del processo. Questo significa che, anche se viene presentata, il processo può, comunque, proseguire lento lento e protrarsi oltre il termine di sua ragionevole durata. Che l’interessato la presenti o non la presenti non cambia nulla rispetto ai tempi del processo.

A che serve, allora, subordinare l’indennizzo alla presentazione di un’istanza che non determina i tempi del processo?

Risponde la Consulta: al massimo può essere il sintomo di una sopravvenuta carenza o non serietà dell’interesse al processo del richiedente; e allora se ne deve tenere conto ma solo ai fini della determinazione della cifra dell’indennizzo (da ridurre, per chi prima non chiede di andare avanti e, poi, vuole l’indennizzo perché si è andati lenti).

Invece, l’omessa istanza non può condizionare la stessa proponibilità della domanda di indennizzo. Sarebbe solo un trabocchetto in contrasto con l’esigenza del giusto processo e con il diritto a un ricorso effettivo: un cavillo per non pagare, che è stato neutralizzato dalla sentenza in esame.

Pignoramento stipendi

Ha superato il vaglio della costituzionalità l’articolo 549 del codice di procedura civile (sentenza della Corte costituzionale n. 172 depositata il 10 luglio 2019).

La norma in esame riguarda il pignoramento di crediti (come stipendi, pensioni, conti bancari ecc.), che il debitore deve incassare e che sono da girare al creditore pignorante.

In questi casi il terzo (datore di lavoro, ente pensionistico, banca e così via) è chiamato a dichiarare se deve soldi al debitore così da devolverli al creditore.

L’articolo prevede che, se sulla dichiarazione del terzo sorgono contestazioni o se a seguito della mancata dichiarazione del terzo non è possibile l’esatta identificazione del credito, il giudice dell’esecuzione, su istanza di parte, deve provvedere con ordinanza, compiuti i necessari accertamenti nel contraddittorio tra le parti e con il terzo. Nonostante i dubbi, attinenti la sommarietà di questa procedura, la norma è rimasta intatta ed efficace.

Antonio Ciccia Messina

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